Critica della fatalità

Lo storicismo conservatore e la fede progressista in un avvenire radioso accomunate da una visione restrittiva della libertà e dell’agire umano. Quella settimana fatale del 14. La sinistra non può ridursi a tecnologia dell’amministrazione economica e istituzionale. La lunga ossessione statalista e la prospettiva di un pluralismo confederale. Un intervento di Pino Ferraris.

All’interno di un ciclo di conferenze organizzate da Andrea Ginzburg presso la Facoltà di Economia di Modena, lunedì 25 maggio Vittorio Foa e Pino Ferraris hanno dato vita a un incontro-dibattito che aveva come tema di discussione “Il futuro nel presente” a partire dalla proposta di lettura del libro di Foa Questo Novecento. Pubblichiamo l’intervento di Pino Ferraris.

L’avvio della riflessione è immediatamente stimolato dalla necessità di affrontare il raccordo tra il tema di discussione, “Il futuro nel presente”, e la proposta di lettura, un libro che racconta il nostro passato: Questo Novecento di Vittorio Foa.
Un presente che si apre e che tende verso il futuro richiama sempre una storicizzazione dell’esistente, nel senso che richiede che l’esistente non sia accettato come una necessità, come un dato quasi naturale, ma che sia visto come ciò che è sorto nel tempo ad opera di azioni umane e che, quindi, ad opera di azioni umane, può essere trasformato nel tempo. Rendere storicamente intelligibile il presente può anche essere un modo per renderlo modificabile.
Dire questo però non basta.
E’ molto importante il come si guarda indietro, al passato, perché questo atto di riflessione alimenti uno scatto, una apertura verso il futuro.
E’ molto facile che la storiografia cada nello storicismo determinista. Guardare ex post gli avvenimenti ci può condurre facilmente ad incatenarli in anelli stretti di invincibile causalità o, addirittura, ad illustrarli come il rivestimento variegato e mosso di una legge ferrea che regge e conduce il processo della storia. Può esserci uno storicismo conservatore, come quello che proclama la “fine della storia” e l’eternità dell’esistente. Può esserci uno storicismo progressista o rivoluzionario per il quale il futuro diventa un Avvenire fatalmente positivo, già iscritto nella logica del passato e che urge inevitabile dentro il presente.
C’è qualche cosa che accomuna queste visioni dagli esiti apparentemente opposti: è la restrizione al minimo, o la negazione, dei margini della libertà, della iniziativa e della scelta nelle vicende umane; è la produzione di passività sia nella versione dell’attesa fideistica sia in quella della rassegnata paralisi.
Accade sovente che vi sia una sorta di pendolare oscillazione tra queste due visioni: la caduta della fede nell’Avvenire produce la perdita del futuro.
Se c’è un filo rosso che percorre il racconto del novecento di Vittorio Foa è proprio l’ostinata, sistematica intenzione di sfuggire alla trappola storicista, l’accanimento ad aprire spazi alla libertà e alla responsabilità incidendo e scavando dentro l’”apparente fatalità” dei processi storici.
Il primo capitolo che narra il precipitare dell’Europa nella catastrofe immane della Prima guerra mondiale vale come una sorta di preludio metodologico a quella che sarà l’ispirazione che informa di sé l’intero libro: certamente, nella concatenazione di azioni e reazioni della “settimana fatale” dell’estate del 1914 si condensavano ed agivano potenti pressioni del passato, meccanismi scatenati di interessi e produzione influente di miti, che vincolavano, che condizionavano nel presente sia le scelte delle classi dirigenti, sia gli orientamenti dell’opinione pubblica.
Essere condizionati non significa però essere determinati. L’agire umano si trova in una difficile situazione di “libertà condizionata”. Proprio perché gli spazi della libertà sono limitati e contestati essi debbono venire sempre rischiarati, evidenziati, rafforzati e non oscurati da una “mentalità causale”.
Riscrivere la storia come critica della fatalità è quel modo di guardare al passato che porta al rifiuto di accettare l’esistente come necessario e che quindi alimenta nel presente la tensione verso il futuro. Queste, in sostanza, le ragioni della coerenza tra il tema della discussione e la proposta di lettura.

Scorgere e aprire il futuro nel presente significa quindi assumersi il rischio della libertà.
C’è un passo del libro di Foa che mi ha fatto riflettere molto.
Accennando al socialismo libertario dei primi anni del 900, che si contrappone al determinismo marxista e positivista, Vittorio scrive di “un’idea di libertà che non può essere solo quella di uno spazio nel quale vengono garantite alcune possibilità di muoversi, ma che è legata al fatto che si possa affermare in qualche modo il proprio futuro”.
Vi è una dimensione per così dire “spaziale” della libertà come il diritto di prendersi l’ora d’aria dentro il carcere del presente (le ore d’aria possono diventare otto o dieci, il cortile nel quale ci è concesso il permesso di passeggiare può essere addirittura trasformato in un giardino gradevole con comode panchine). Comunque questa libertà di circolare nell’esistente è qualitativamente diversa da quella che si prolunga in un orizzonte temporale e che rende possibile agli uomini e alle donne di influire sul loro futuro. La dimensione temporale della libertà, come controllo sul proprio domani, è un leitmotiv ricorrente nello scritto di Vittorio Foa.
E’ quella specifica forma di libertà positiva che si manifesta come autonomia, come partecipazione e come autogoverno, che produce la capacità reale di uomini e donne di influire sul destino personale e collettivo.

In un’epoca di profonde discontinuità e di grandi incertezze, quando si incrina la visione lineare e cumulativa del futuro come progresso, e il domani si presenta gravido di rischi evidenti insieme ad indefinite opportunità, è persino ovvio che vaste aree sociali, più deboli, meno forti, tendano a vivere il futuro come minaccia .
All’interno della larga fascia di lavoro dipendente socialmente unificato (operai e impiegati garantiti), di fronte al futuro che incombe come rischio, la prima risposta è quella di proiettarsi in una continuazione del presente: un “sempre presente” che rimuove il futuro.
“No future” non è solo il programma di subculture specifiche della marginalità giovanile, ma è il segnale di un modo di vedere e di vivere che pervade l’area ampia della periferia giovanile inoccupata e precaria, per la quale è molto difficile andare al di là della ricerca dell’ “attimo fuggente”.
Il luogo sociale nel quale, oggi, sembrano emergere, in modo disordinato ed equivoco, fermenti di quella idea di libertà come autonomia che richiama le radici storiche mentre si pone il controllo del futuro, è quello delle associazioni territoriali e delle solidarietà locali.
Avverto immediatamente la tempesta delle obiezioni circa i pericoli di gravi degenerazioni della dimensione territoriale nel localismo chiuso e aggressivo.
Sono preoccupazioni legittime e reali. Ma accanto a queste realtà di sviluppi regressivi della dimensione locale si collocano le possibilità di chiusure biecamente corporative dei gruppi sociali garantiti, così come le tendenze alla chiusura nei ghetti della disperazione di tanta parte del mondo giovanile.
Queste considerazioni aprono un’altra problematica politica e culturale tutta affidata all’invenzione ed alla creatività del futuro.
Vittorio Foa la richiama sovente come il difficile impegno ad orientare e a governare le complicate dinamiche dell’inclusione e dell’esclusione sociali.
Richiamandoci a Gurvitch potremmo parlare della capacità politica di inscrivere il pluralismo di fatto dei gruppi particolaristici all’interno del pluralismo come ideale.
E’ questo il terreno sul quale si gioca la sfida della possibilità di includere l’inevitabile pluralismo conflittuale (sempre esposto a derive distruttive) all’interno di un ideale morale e giuridico come equilibrio della varietà e dell’unità, utilizzando quella che Gurvitch chiama la tecnica pluralistica della confederalità in alternativa alla tecnica monistica e statalistica, vera responsabile delle crescenti e devastanti tensioni tra centralismo e disintegrazione.

Parlando della settimana fatale del 1914, quando l’Europa correva verso la catastrofe con la dinamica precipitosa e inevitabile di un fatto di natura, Foa afferma che invece tutto era ancora possibile e che un’invenzione politica avrebbe potuto bloccare il processo avviato. Entra in scena il protagonista del libro annunciato nella premessa: la politica.
L’azione politica come qui si delinea richiama molto la visione di Hanna Arendt: in quanto si inserisce e si incarna nel principio di libertà, essa significa sempre prendere l’iniziativa, incominciare, inventare. In senso forte essa è l’ “arte del possibile” che apre varchi, allarga brecce verso il futuro laddove il muro dei vincoli e delle necessità sembra chiudere ed imprigionare.
Per Foa è pensiero che nasce con l’azione, così come la Arendt ce la descrive quale azione discorsiva e discorso in atto nello spazio pubblico della pluralità umana.
Questo idealtipo positivo della politica Arendt lo estrae per opposizione al “male radicale” della politica, i totalitarismi, che, attraverso l’onnipotenza del capo e mediante l’impresa di inquadramento totale della società, hanno tentato di cancellare qualsiasi spontaneità, di espropriare la società di qualsiasi forma di iniziativa e quindi, nell’ottica della Arendt, di rendere superfluo l’umano.
L’impresa totalitaria doveva fallire, non poteva non fallire perché pretendeva di vincere il principio di realtà: la condizione umana della nascita, del continuo cominciamento, dell’iniziativa attiva e quindi la vita irriducibile della libertà.
Arendt ci ricorda comunque che la politica è un grande lunghissimo arco in formidabile tensione che nelle sue polarità può prevedere Auschwitz e l’agorà ateniese.
Nella premessa Foa parla della politica come “il comportamento degli uomini e delle donne nella vita di relazione coi pensieri che hanno animato il loro agire”. E più avanti prosegue: “l’agire politico è una scelta responsabile della persona, non è l’esecuzione meccanica di un dettato che viene da fuori, dall’alto, da una autorità costituita o da una dottrina, o dalla storia!”
Certamente Vittorio vede anche l’altro volto della politica: l’estremismo della delega nel fascismo, quella che chiama la “politica in senso stretto” dei professionisti della politica, la politica come ricerca del potere per il potere, l’avanguardismo elitista, l’inerzia passivizzante degli apparati!
Però manca, a mio avviso, la necessaria insistenza sulla drammatica ambivalenza dell’agire politico.
Sembra che, quando la politica si fa atroce, insopportabile, incontrollabile la vita, la vita quotidiana possa recuperare un suo spazio di autonomia. “Sto raccontando o cercando di raccontare una storia politica e mi rendo conto che la politica copre uno spazio ristretto della vita”.
L’esperienza reale mi sembra più dura e più drastica: quando i singoli cittadini non fanno più (o non possono più fare) il loro piccolo investimento in politica, vengono investiti e travolti dalla politica, come quel ragazzo meridionale, di cui ci parla Foa, che, nel 1915, pieno di meraviglia, sale per la prima volta in treno per andare a morire dopo una settimana in trincea.

La politica come disegno di trasformazione sociale, come orientamento al futuro, da un secolo e mezzo si identifica con quel socialismo radicato nella condizione storica del lavoro salariato.
Il crollo del comunismo e il mutamento genetico delle socialdemocrazie in partiti “democratici” pigliatutto, sembrano aver tagliato i legami storici tra lavoro salariato e politica.
La stessa società del lavoro è così sconvolta e travolta dalla radicalità dei mutamenti tecnologici, sociali e culturali da apparire irriconoscibile e, per alcuni, addirittura in via di estinzione.
Lo sguardo gettato sul panorama attuale della sinistra evidenzia una politica di scarso respiro, quasi esclusivamente identificata con una tecnologia di amministrazione delle variabili economiche o delle variabili istituzionali; ci appare una società del lavoro disarticolata, assediata e ripiegata nell’esercizio della sopravvivenza; le culture della sinistra si dividono tra il richiamo della nostalgia e l’abbandono all’amnesia.
E’ molto difficile trovare capacità manifeste di dare un senso lungo alle scelte immediate e di disegnare un futuro. Quale futuro dentro questo presente?
Oggi il futuro pare che sia soprattutto in mano alle èlites dominanti. Esso avanza come “innovazione”, con il volto di quella razionalizzazione “rivoluzionaria” che Weber vedeva agire con mezzi tecnici, prima sulle cose e sugli ordinamenti, e poi di qui, indirettamente, sugli uomini, spostando continuamente le loro condizioni di adattamento, costringendoli ad adeguarsi incessantemente al mutamento che viene dall’esterno e dall’alto.
Sovente gli uomini e le donne che stanno in basso resistono e replicano, si difendono e si adeguano, ma sempre riconoscendo l’intangibile supremazia della razionalità tecnica. Ma dentro la rivoluzione silenziosa delle pratiche e delle culture, indotta dalle cose che cambiano, mutano anche i soggetti: vite disperse ed insicure, identità frantumate dalla inafferrabile potenza degli eventi, masse eterodirette, tendono via via a ricostruire una progettualità come atto vitale ed esistenziale di ricomposizione del sé e di un proprio futuro.
Noi abbiamo solitamente visto e valutato il “progetto” sulla base di considerazioni estrinseche, oggettive di adeguatezza e di efficacia, dimenticando il fondamentale, irriducibile radicamento soggettivo, direi psicologico, della progettualità: progettare significa ricomporre le fila disperse della propria vita, ricostruire identità, ridare un qualche senso al presente aprendo al futuro.
Non è importante avere progetti vincenti ma diventa essenziale ritrovare progettualità nella vita. E’ quella che Weber chiama la risposta dall’interno (carismatica) all’innovazione che scende dall’esterno, la risposta che passa oltre l’adattamento continuo dell’uomo al mutamento delle cose e cerca invece di configurare le cose e gli ordinamenti in base alla sua volontà. E’ la risposta che consiste nel graduale riconcentrarsi su se stessi, nel sollevare a valore la persona e dare dignità e visibilità ai nuovi fermenti della soggettività sociale, ricollocando in primo piano l’orientamento ai fini rispetto alla dittatura impazzita dei mezzi, aprendo contemporaneamente gli spazi all’autonomia dell’azione sociale. E’ quella che io chiamerei la dialettica innovazione/emancipazione, traducendo liberamente le due forme del mutamento sociale indicate da Weber (razionalizzazione burocratica e insorgenza carismatica).
Anche negli “inclusi” che, di fronte alle incognite del futuro, vedono come unico valore la stazionarietà del presente, anche tra gli “esclusi” che sembrano fare, all’interno del loro adattamento all’incertezza, dell’istantaneità una versione minimale della libertà, appare sempre meno eludibile la spinta verso l’uscita dall’anomia ritessendo il futuro come rete di possibilità e di scelte, come accettazione della sfida, dei rischi e delle opportunità, e quindi come tentativo di progettualità e di controllo.
Se la relazione presente-futuro contiene come ingrediente essenziale l’imprevedibile variabile delle autonomie, mi sembra assolutamente inutile voler fare i profeti o i naturalisti.

Vorrei soltanto segnalare due particolari incroci della politica con la società e con il lavoro che mi sembrano contenere, forse, elementi di futuro.
Ritorno all’accenno fatto in precedenza circa l’ insorgenza delle nuove richieste di autonomia territoriale e alla ripresa, piuttosto vigorosa, della tematica federalista.
Vogliamo avvicinare questo discorso alla imminente entrata dell’Italia nell’Europa dell’euro? Questo evento implica la cessione di una quota vistosa di sovranità nazionale. Dove andrà a finire? Trasferirla ad una incontrollabile e irresponsabile tecnocrazia bancaria sembra sempre più inquietante. In questa situazione l’esistenza spettrale del Parlamento di Strasburgo diventa forse un’onta insostenibile.
Forse che la conseguenza imprevista di una operazione tecnocratica sarà l’impulso all’invenzione politica di nuovi ordinamenti per la dimensione Europa?
Durante la guerra del Golfo ricordo appassionate discussioni sull’Onu e sulla necessità di uno scatto culturale e politico verso gli orizzonti di un “governo” mondiale.
Che cosa significa l’insieme di questi eventi e dibattiti appena accennati?
Il realismo politico (e una lunghissima esperienza reale) ci dice che l’essenza della politica si concentrerebbe nella lotta per la circolazione delle èlites al potere.
Non basta più l’ottica unidimensionale della conquista del potere così come è e laddove sta. Forse viene emergendo anche un’altra dimensione della politica, quella della trasformazione del potere, della sua redistribuzione, della sua qualità in termini di visibilità e controllabilità. Ma una prospettiva di trasformazione e di distribuzione del potere può trascinare con sé un ripensamento degli strumenti della lotta politica, delle logiche associative e della società politica. Tutto ciò può aprire nuovi spazi alle tematiche delle autonomie, della partecipazione politica e del radicalismo democratico imponendo un più alto livello della progettualità politica.

Vorrei ritornare brevemente sulla crisi, sulla caduta di quel socialismo politico che è stato per più di un secolo lo strumento di orientamento al futuro di grandi masse di uomini e di donne.
La realtà attuale è sottoposta ad un doppio movimento: da una parte il mutamento tumultuoso del sistema politico con la fine del modello del partito burocratico di massa michelsiano, dall’altro lato il profondo sconvolgimento della società del lavoro dentro la crisi del fordismo. Queste due dinamiche potrebbero anche produrre spinte a convergere nella ricerca di una ridefinizione del rapporto tra lavoro e politica. Invece esse divergono sino alla rottura, sino alla scomparsa di una idea della politica radicata anche nel lavoro.
Tutto questo avviene attraverso la confluenza, curiosa, tra gli apocalittici profeti della fine del lavoro e gli integrati che professano la gaia lievità di un ceto politico finalmente emancipato della società civile e felicemente autoreferenziale.
In una visione molto sintetica e quindi molto schematica si potrebbe vedere la lunga egemonia del sistema taylorista-fordista come un evento che ha dato una particolare torsione all’esperienza sindacale e socialcomunista di questo secolo: una sostanziale accettazione dell’estraneità degradata di un lavoro rigidamente subordinato, risarcita da maggiori salari concessi dall’impresa e da maggiori sicurezze offerte dallo stato, creando un tensione oppositiva tra uguaglianza (con i ceti medi) nei consumi e libertà come pratica di controllo sul proprio lavoro.
La storia pluri-secolare del lavoro nella modernità ha visto il succedersi di diverse configurazioni del binomio vincolo e autonomia, subalternità e spazi di iniziativa. Se il lavoro fordista accentuava fortemente il momento del vincolo, dell’eterodirezione e della passività del lavoratore, la crisi del fordismo tende, mi sembra, a dare nuovo spazio all’elemento dell’autonomia all’interno della dipendenza.
Penso alla nuova fabbrica integrata dove il management deve fare i conti con un lavoro sempre meno formalizzato, sempre più informale. Si interrompe una vicenda quasi secolare che ha visto prevalere una pesante pedagogia del lavoro mirata alla disciplina passiva ed alla esecuzione cieca; si tende invece a richiedere al lavoro coinvolgimento, iniziativa autonoma, capacità di apprendere. E’ una svolta di 360 gradi rispetto ai tempi, non lontani, quando il tipo ideale del lavoratore era il “gorilla ammaestrato”.
Qui ed ora insorgono contraddizioni tutte nuove: si richiede di mobilitare una soggettività, che contemporaneamente viene mutilata nei suoi valori più profondi e nelle sue esigenze di sviluppo, c’è una paradossale sollecitazione di autonomia senza libertà, si richiedono responsabilità senza prevedere diritti!
Non penso solo a ciò che avviene nella sfera del lavoro stabile, ma penso anche a ciò che accade nel nuovo articolarsi del mercato del lavoro con il diffondersi del lavoro autonomo, del lavoro parasubordinato, del lavoro a tempo parziale soprattutto nell’ universo del lavoro giovanile: qui si condensano pesanti elementi di insicurezza e gravi pericoli di regressione sociale. Ma dentro queste situazioni sembra di cogliere che i soggetti considerano importanti e irrinunciabili le autonomie possedute anche se ci si ribella al fatto che siano segnate da ingiustizie profonde e intollerabili. Io mi chiedo se le difficoltà a ridefinire un nuovo rapporto tra politica e lavoro non sia legato ad una perdita antica, nella tradizione della sinistra, del nesso lavoro-libertà. Su questa rottura sono cresciute in alto le oligarchie politiche e si è diffusa in basso la logica risarcitoria connessa all’accettazione di una fatale subordinazione del lavoro. La lunga ossessione statalista ha forse interrotto il percorso di ricerca del perseguimento della “sicurezza” anche tramite la radicalizzazione della libertà, come capacità di uomini e di donne di controllare il loro lavoro e di influire sul loro futuro, che richiede, come non cessa mai di ricordarci Vittorio, una democrazia ricca che sia insieme di rappresentanza e di partecipazione.

Vorrei chiudere con il richiamo e il ricordo di un vecchio socialista ottocentesco dimenticato, Osvaldo Gnocchi Viani, “padre delle Camere del lavoro”, fondatore dell’Umanitaria di Milano.
Gnocchi Viani, con l’acuta sensibilità alle autonomie propria del socialista libertario, affermava, contro Bebel e Turati, che l’emancipazione delle donne deve essere opera delle donne stesse e vedeva nella liberazione femminile una apertura “oggi neanche immaginabile” sul futuro.
Il vecchio internazionalista classista, in questo modo, non solo mette in primo piano la “questione della donna”, ma ha l’audacia di collocarla all’interno di una autonomia interclassista, affermando così una configurazione pluralistica della “questione sociale”, che vede muoversi soggetti diversi per vie autonome, contestando una concezione della classe operaia come soggetto sintetico dell’emancipazione di tutti e per tutti.
Tentando di interpretare il messaggio essenziale e basilare che ci viene dal lavoro di Vittorio Foa ho cercato di affrontare un compito modesto, propedeutico: quello di mantenere aperto lo spazio di un possibile futuro in un nostro presente, che non sia stritolato tra l’immediatismo replicante e la futuristica disperazione.

UNA CITTÀ n. 69 / Giugno-Luglio 1998

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