Il dibattito politico nel Psiup torinese (1964-1972) a cura di Salvatore Tripodi

In memoria di Pino Ferraris

In questo prezioso scritto Salvatore Tripodi riscostruisce un pezzo di formidabile esperienza politica e offre una testimonianza viva e lucida della Torino di quegli anni, del ruolo dello Psiup e del lavoro di mio padre. Sono molto grato a Salvatore per questo suo lavoro. Sergio Ferraris, Da questo link potete scaricare l’articolo in Pdf: Psiup Torino Pdf

Nasce il PSIUP

Il 1963 è un anno molto importante per il movimento operaio italiano: esso segna la sconfitta politica delle formule centriste e delle alleanze della DC con le forze reazionarie[1]. Si apre una nuova stagione politica con la nascita del primo governo di centro-sinistra nella storia della Repubblica guidato dal democristiano Aldo Moro e con la partecipazione del Partito socialista italiano. Il 17 dicembre 1963 la Camera dei deputati vota la fiducia al nuovo governo: 350 a favore, 233 contrari(comunisti e destre) e 4 astenuti, mentre 25 deputati socialisti, dopo la dichiarazione di voto espressa da Lelio Basso, escono dall’aula in segno di protesta. Il giorno dopo il giornale di partito “Avanti” condanna l’accaduto, mentre al Senato il comunista Umberto Terracini esalta la scissione di Livorno del 1921 e attacca il riformismo del PSI.[2]

Dopo che anche al Senato 13 senatori del PSI non partecipano al voto[3], 7 parlamentari vengono sospesi per un anno e altri 5 per sei mesi per non avere rispettato le indicazioni di voto del partito.

Questo nuovo corso del PSI di Pietro Nenni porta ad un’ennesima scissione nel partito socialista: a Roma, infatti, il 12 gennaio 1964, nasce il Partito socialista italiano di unità proletaria, il PSIUP. Una componente minoritaria[4] che fa capo a Tullio Vecchietti e Lelio Basso, dopo anni di polemiche contrapposizioni interne, decide di uscire dal PSI e di formare un nuovo partito politico. Il PSIUP nasce dunque dal rifiuto del primo centrosinistra, ma anche con l’intento di creare una linea politica alternativa e di avviare un processo di rinnovamento all’interno della sinistra italiana che si fonda su alcuni punti cardine: un nuovo internazionalismo caratterizzato dall’appoggio ai movimenti rivoluzionari di liberazione nel mondo contro l’imperialismo e il neocolonialismo e da una posizione critica rispetto all’Urss e ai paesi del cosiddetto socialismo reale; un nuovo rapporto partito/classe operaia; una nuova organizzazione; un diverso rapporto con il Partito comunista italiano(PCI) basato su autonomia e reciproco rispetto; l’individuazione, a livello teorico, di un nuovo terreno di lotte, la fabbrica.

Tale programma si rivelerà ben presto irrealizzabile; molti problemi, già esistenti all’interno del PSI, rimangono senza soluzione e l’esperienza del nuovo partito dura solo fino al 1972, quando, in seguito alla sconfitta elettorale registrata alle Elezioni politiche nazionali, il Psiup decide lo scioglimento.[5] Soltanto a livello locale riesce ad esprimere situazioni di lotta interessanti, che spesso contrastano con la linea politica perseguita a livello nazionale.

Tra le situazioni locali merita di essere approfondita l’esperienza del Psiup torinese sia per l’elaborazione prodotta sia per i nuovi metodi di approccio con la classe operaia, sia per il modo nuovo ed originale di interpretare le lotte e di prenderne parte. Il Psiup fin dalla sua nascita cerca di identificarsi come partito chiaramente di fabbrica, al cui interno gli operai possano occupare un ruolo determinante; si cerca cioè di creare un’organizzazione di classe che sia  caratterizzata da una forte presenza operaia.

Tale processo viene messo in evidenza e sollecitato fin dal primo Congresso nazionale[6] nella relazione introduttiva del segretario Tullio Vecchietti[7], che dopo due anni di attività di partito può affermare: “Siamo presenti in tutte le province d’Italia con nostre federazioni, abbiamo più di 4.700 organizzazioni di base, di cui 4.205 sono settori territoriali e il resto gruppi di fabbrica. Il 15% dei nostri iscritti sono i giovani, oltre 104.451 sono i nostri iscritti”. Il Psiup, cioè, in due anni di vita riesce a raccogliere attorno al suo programma politico migliaia di operai di fabbrica: si va verso la formazione di un partito, numericamente limitato, ma di chiara formazione operaia.

Gli anni che vanno dal 1967 al 1970 rappresentano, infatti, i più significativi della vita politica del nuovo partito. La fabbrica diviene il terreno di lotta più importante e si tenta di superare vecchi schemi di attività politica tipici di tutti i partiti comunisti occidentali (quindi anche del PCI) secondo cui la ”politi­ca” va portata agli operai ritenuti incapaci di superare le forme di lotta “tradeunionistiche”.[8] Si cercano nuove forme di elaborazione teorica e si pone in maniera nuova il rapporto tra partito e classe nel tentativo di superare appunto la concezione rigidamente leninista del Partito – soggetto e centralizzatore – anche se non sempre i risultati sono soddisfacenti. II PSIUP, a livello nazionale, tenta di dare un volto chiaro ed un metodo nuovo alle lotte operaie mediante le quali soltanto vede la possibilità di raggiungere nuovi e più importanti obiettivi per la classe lavoratrice . La partecipazione dei militanti psiuppini alle lotte di fabbrica è un fatto nuovo e storicamente importante per il movimento operaio italiano nel suo complesso.  All’interno del Psiup non si riscontrano adesione e condivisione omogenee della linea politica complessiva e da tutti riconosciuta, ma il tentativo di in­trodurre nella dialettica della lotta di classe un nuovo metodo di interpretazione delle lotte stesse che richiede un apporto più cosciente dei lavoratori costituisce una novità rilevante.

Nel Psiup esistono schieramenti e contrapposizioni ereditati dal vecchio PSI e da cui non si è riusciti a liberarsi nemmeno dopo la scissione. Non tutto il gruppo dirigente è unanime nel perseguire una nuova attività politica che sia capace, tra l’altro, di scontrarsi con vecchie concezioni della politica e con le stesse organizzazioni della classe operaia (PCI e PSI) che a tali schemi restano legati in maniera sensibile. Lo stesso segretario Vecchietti, eletto all’unanimità a tale carica nel partito fin dal 1964,[9] già al Congresso di Napoli è il frutto di mediazione tra le correnti interne al partito tra la “destra” del Partito rappresentata da V. Gatto e D. Valori[10] e la “sinistra”rappresentata, tra gli altri, da V. Foa e L. Libertini. Ciò di conseguenza non permette al PSIUP nazionale di attuare del tutto la nuova politica, per cui fin dal 1967 queste contraddizioni interne sono la causa che impediranno al PSIUP di crescere a livello nazionale e di divenire un partito di massa di più vaste dimensioni. I dirigenti Gatto e Valori, ma anche il segretario Vecchiet­ti, sono ben coscienti del fatto che non perseguire una “via completa” di rinnovamento del partito può determinare lo scioglimento del PSIUP stesso. Insomma non avere definito una linea politica coerente con le finalità che ne hanno determinato la nascita è la causa prima del fallimento del PSIUP.  In un importante articolo L.ucio Libertini [11] rivendica l’esistenza di una linea politica all’interno del PSIUP che si colloca alla sinistra del PCIe nel rifiuto della socialdemocrazia, sostenendo la necessità che in Italia si tenti la costituzione di un partito veramente nuovo, rappresentato in ma­niera determinante da strati operai, anche rompendo po­liticamente con le altre forze di classe, senza creare doppioni, e senza essere il fanalino di coda di altre organizzazioni della sinistra storica.  Afferma che, diversamente,  non esiste la necessità di costituire un nuovo partito. La questione, forse, è alquanto semplificata, ma il problema è quello di scegliere con chiarezza una Iinea politica, assumendo una funzione ben precisa. Vecchietti e compagni non operano purtroppo tali scelte e resta tuttora incomprensibile capirne il perché. Il partito appare “mezzo cinese” e mezzo “sovietico”, con strati studenteschi di “guevaristi”: non presenta un volto chiaro, punto di partenza necessario per un partito di classe che vuole essere credibile presso i lavoratori e trovare seguito tra di loro.

Tutto questo forse sarebbe possibile specie negli anni che vanno dal 1968 al 1970 durante il “maggio strisciante” italiano, che indica la possibilità di “innestare un momento di direzione consapevole e generale ai fermenti sociali, alla contestazione crescente e diffusa” .[12] Il partito ripiega davanti a questi fenomeni rifugiandosi dietro atteggiamenti burocratici senza da­re sbocchi politici alla ribellione operaia, senza dare un indirizzo impegnativo e serio al futuro delle lotte in corso, ma facendosi scavalcare da esse e trovandosi quasi in atteggiamento di contemplazione nei confronti dell’offensiva operaia. Dopo il Congresso di Napoli giungono per il Parti­to mesi difficili: una diffusa pesantezza nell’iniziativa, superata solo in parte con la conferenza organizzativa del 28/2/69, i militanti di partito devono fare fronte a grossi momenti di crisi. Soltanto le esperienze delle lotte alla Fiat e il loro collegamento con gli studenti medi riescono ad esprimere risultati migliori. Nelle scuole si sviluppano i “comitati di base”, si consolida il gruppo di lavoro alla Fiat, si verifica la creazione delle Commissioni comunali bracciantili, ci sono, cioè , le basi minime per la creazione di un “movimento politico di massa” e la possibilità di proporre il “controllo operaio[13]come obiettivo intermedio di po­tere; a Grugliasco (Torino) si organizza un Convegno sulle lotte di massa nel Maggio del 1969. Ma è proprio quel Convegno a dimostrare l’anomalia del PSIUP nazionale, il quale ancora una volta – come afferma Pino Ferraris al 3° Congresso provin­ciale – “ si fa uso di tutte le affermazioni politiche e dì tutte le affermazioni anche le più avanzate, per scopi puramente strumentali, per non farsi travolgere dal movimento in lotta.”

Quando nel 1966 al CC di giugno, Vecchietti rivolge chiari e radicali accuse al frontismo difensivo dei Partiti comunisti, molti pensano che qualcosa nel Partito possa cambiare. Ma devono ricredersi ben presto, dopo la relazione dello stesso segretario di partito al Congresso di Napoli in cui afferma che “sbocco politico delle lotte significa garantire la loro continuità, la loro estensione, la loro unificazione, la loro articolazione autogestione e indagine con strumenti nuo­vi[14] per poi non fare seguire niente di pratico e lasciarsi abbandonare ad affermazioni politiche che segna­no invece un passo indietro rispetto ai “proclami”di principio. Infatti, proprio dopo il Congresso dì Napoli, Vec­chietti, in un momento in cui il PSIUP può contare su u­na percentuale operaia di iscritti pari al 42,2% parte­cipando ad un dibattito suscitato da “Astrolabio[15], a proposito dell’area socialista, affronta il problema del dopo centro—sinistra in termini nettamente neofrontisti, proponendo schieramenti della “sinistra di classe ormai superati soprattutto dopo l’esperienza negativa del centro-sinistra e della politica “socialdemocratica” del PSI.

Nello stesso periodo significativo appare l’allontanamento di un membro della Sezione Centrale lavoro di massa, Biondi (appartenente alla sinistra del PSIUP) reo di avere voluto portare fino in fondo la linea del Convegno sulle lotte. La nascita dei Consiglio dei delegati di Mirafiori in seguito alle lotte alla Fiat dovute alle sospensioni di oltre 30 mila operai il 3 Settembre, la nascita degli stessi organismi operai in altre fabbriche aprono una nuova fase di scontro sociale: il PSIUP partecipa solo localmente a tale fase.  II partito, a livello nazionale, crede di potere tradurre probabilmente in successo elettorale la gran mole di lavoro politico dei militanti svolta nelle fabbriche e nelle scuole. Si può affermare che è ormai un complesso partito politico, eterogeneo nelle sue componenti, anomalo e senza un volto ben preciso; la sua liquidazione va vista a partire dal Congresso di Napoli, appunto, e dalle sfasature politiche ed organizzative ad esso seguite. Il Partito vive localmente e so­lo a volte riesce ad esprimere situazioni interessanti di lotta, di elaborazione e interpretazione.

A questa “decadenza” del PSIUP nazionale fa riscontro la vivace ed interessante esperienza del PSIUP tori­nese, unanimemente riconosciuta da molti intellettuali, storici e rappresentanti del movimento operaio come positiva; un’esperienza che andava allargata su basi più vaste e a cui bisognava dare il mas­simo appoggio per favorirne la crescita politica. Questo non avviene e l’esperienza del PSIUP torinese o meglio della Federazione Provinciale di Torino resta un “caso” isolato, anche se storicamente originale e fonte di innumerevoli insegnamenti politici.

Il PSIUP di Torino

L’ arrivo di Pino Ferraris  alla segreteria della Federazione  torinese di Via Po, 5 di cui era già vice segretario fin dal 1966, è una data storica per il PSIUP, che dal 1967 al 1970 offre, tra ten­tativi, successi e insuccessi, “un modello di metodo in termini di elaborazione, interpretazione e prassi della lotta di classe da cui la sinistra italiana può tuttora attingere note positive e indicazioni interessanti. E chiaro che non si vuole trattare le vicende del PSIUP torinese, formulando giudizi solo positivi ed esaltandone l’esperienza politica, inneggiando ad esso; ma certamente si intende dimostrare –per quanto possibile – come la storia del PSIUP nazionale passa attraverso questo “fenomeno” diverso dall’ intero partito, che ha luogo e si manifesta a Torino sotto la guida dì Pino Ferraris e di alcuni suoi collaboratori.

Fin dal 1967 la fabbrica si sposta al centro del nuovo processo rivoluzionario che vede via via la classe operaia operare a “livelli di lotta più avanzati, acu­tizzando lo scontro sociale”. Pino Ferraris e compagni vedono bene in questa direzione, individuando nel lavoro di fabbrica un nuovo metodo di lavoro politico. Intuiscono e cercano di portare a conoscenza questa loro intuizione che nella fase dello scontro di classe (‘67-‘69) la fabbrica deve diventare il centro delle lotte e da essa devono scaturire indicazioni di lotta generalizzanti da attuarsi all’esterno e capaci di coinvolgere il massimo di strati possibili del mondo del lavoro. Il collegamento della lotta operaia con le lotte degli studenti è motivato dal fatto che “il collegamento delle lotte studentesche con quelle operaie indicava alla fine che il processo era giunto alle radici delle istituzioni, investendo il modo di produzione capitalistico”. [16]

I dirigenti del PSIUP torinese ritengono che si stia verificando un mutamento nel rapporto tra fabbrica e società nel quale – come si scrive[17]- “la fabbrica ha perso la sua missione nei confronti della società perché l’ha asservita tutta al suo dominio”. Tutto questo significa un capovolgimento della dinamica stessa delle lotte sociali: tutte le lotte tendono a riconoscere alla fabbrica la funzione di centro motore da cui parte ogni generalizzazione delle lotte e si riconosce alla classe operaia un ruolo fondamentale nel movimento operaio. Le lotte interne alla fabbrica, cui il gruppo operaio Psiup torinese dà un contributo rilevante, segna l’inizio di un tipo di contrattazione diversa,mette in crisi le stesse istituzioni partitiche e sindacali, fa scaturire dal basso una nuova concezione di gestione della produzione, fa saltare lo stesso metodo di produzione capitalistico, sottoponendolo a costante attacco e mettendolo in crisi. Il Psiup “vede” tutto ciò e tenta di dare indicazioni che siano capaci di portare al superamento dell’isolamento cui le lotte interne alla fabbrica sembrano condurre puntando sulla generalizzazione delle lotte nel sociale: senza un processo di lotte che, partendo dalle officine, conduca alle lotte sociali nella società, qualsiasi lotta è destinata al fallimento. Perché se è vero che la fabbrica rappresenta il “cuore” del capitali­smo, è anche vero che i miglioramenti per la classe operaia devono rispecchiarsi anche nella società(larteria prima del capitalismo). Comunque la nascita del delegato”, prima di squa­dra e poi di reparto, segna linizio di un nuovo modo di concepire la delega, il rifiuto della delega alle istituzioni (partitiche e sindacali), l’autodelega.

I movimenti che dalle università americane (Berkeley) giungono ad esprimersi in Europa col maggio france­se facendo uso di nuovi strumenti di lotta, creando comitati di base” e “comitati d’azione”, trovano attuazione reale ed effettiva negli stessi strumenti originali che il movimento operaio scopre e fa sue nelle fabbriche italiane. Il Psiup guarda a questi strumenti come a delle vere e proprie “innovazioni”, vede in esse tracciata una nuova via per il movimento di classe e difende tali strumenti a spada tratta, pur riconoscendo che essi possano divenire strumenti tecnici e sotto il controllo delle istituzioni sindacali, dopo essere nati dalla spontaneità operaia, sotto le spinte delle lotte e come esigenza oggettiva e autonoma delle masse operaie in lotta. Il rilancio e la difesa degli strumenti consiliari comporta, però, anche degli aspetti negativi: il PSIUP di Torino cade in un errore madornale, cioè sostituisce di fatto il ruolo del Sindacato, fa del sindacalismo. Infatti fino a quando il partito sostituisce, se vogliamo, il sindacato nella fabbrica tutto va per il meglio: molta partecipazione operaia, i delegati si moltiplicano, la lotta economica trova nei de­legati un momento importante di espressione.                                                   Quando il Sindacato, con le lotte del 1969, inizia a operare sul terreno suo congeniale, quello economico (categorie, paga di posto, ritmi di lavoro ) il PSIUP vede sfuggire la sua funzione ed è la crisi. Per questo motivo, davanti al tentativi di “strumentalizzare”, di “utilizzare” lo sciopero generale (che rappresenta il modo tradizionale di generalizzazione delle lotte da parte delle organizzazioni storiche), il PSIUP afferma che la “generalizzazione avviene attraverso l’incontro diretto delle forze in movimento e delle loro or­ganizzazioni autonome” [18] e che solo questo può portare ad un movimento politico di massa, ad una crescita, ciòè, del movimento che nasce direttamente dalla base, autonomamente e che tende a scontrarsi con le strutture capitalistiche senza possibilità di essere istituzionalizzato.

ll PSIUP torinese mette in evidenza come il nuovo sviluppo dei movimenti politici di massa tenda a rimettere in discussione ogni strategia tradizionale ed eleva la prassi” soltanto a vero metodo di lotta. L’evidenziare ciò significa, dunque, riconoscere che il movimento operaio rivolge una critica aspra ad ogni concezione (tipica del “leninismo” più grossolano) che pensa al passaggio dal capitalismo al socialismo co­me ad un trapasso di cose; il movimento che nasce nelle fabbriche e che da esso si allarga nel sociale, secondo il PSIUP torinese, rappresenta una critica radicale ad ogni programma dì transizione al socialismo mediante il quale non è mai stata chiarita la differenza sostanziale che passa necessariamente tra il riformismo (teorizzato dal PCI, in Italia) e la rivoluzione. Per questo chiarisce che quando il movimento operaio sceglie un programma di riforme, questa è una scelta che rispecchia le esigenze reali e contingenti di un preciso momento politico e di lotta, ma che va al di là di esso e permette al movimento di crescere.

Dunque per il PSIUP le riforme possono essere con­seguite in due modi diversi: o attraverso le istituzioni (come afferma il PCI), in cui le masse diventano “burat­tini” che riempiono le piazze con gli scioperi generali indetti ogni tanto o attraverso la crescita del movimen­to operaio con le lotte. II PSlUP,  cioè, ritornando a Marx, vuole affermare l’eccezionale importanza che deve avere la rivalutazione dell’uomo sulle cose, il ruolo degli uomini stessi sulle cose o per dirla con la rivoluzionaria Rosa Luxemburg [19] si vuol affermare che “gli uomini non fanno arbitrariamente la loro storia. Ma essi la fanno da sé”. Il tentativo del PSIUP torinese di mettere in atto il programma che a grandi linee si è cercato di sintetizzare fedelmente alla luce dei documenti noti inizia con il contratto del 1966 dei metalmeccanici alla Fiat. Si è trattato di 43 lunghi stesi di lotta in cui gli operai (decine di migliaia) hanno dovuto lottare per il rinnovo contrattuale in un clima molto difficile, tra sospensioni, espulsioni, mediante 180 ore di sciopero nel settore privato e 200 ore in quello pubblico, sopportando dunque anche aspri attacchi ai cortei condotti da parte della polizia come quello subito a Milano il 4 maggio 1966. La classe operaia esce molto provata dallo scontro contrattuale, ma certamente molto più forte politicamente come riferisce “Mondo Nuovo[20]. Il tentativo di intensificazione dello sfruttamento e il tentativo di modificare, da parte delle forze padronali, la situazione del mercato del lavoro, trova­no pronta la classe operaia ad una risposta dura di lotta.  Del resto tale mutamento era già in atto prima del contratto.

Le lotte contrattuali del 1966 sono diverse rispetto a quelle del 1962; sono “difensive”, si svolgono in un clima di estrema tensione e di grosse difficoltà. Mentre nel 1962 si usciva da un periodo di piena occupazione, nel 1966 si verifica un attacco brutale all’occupazione stessa. La lotta per la difesa dell’occupazione avviene tra licenziamenti in massa e un generale peggioramento della condizione operaia. Infine, mentre  nel 1962 la lotta contrattuale dei metalmeccanici, soprattutto a Torino, aveva costituito un fatto politico coinvolgendo tutto il movimento operaio nelle sue più diverse componenti, inducendo decine e decine di studenti a re­carsi a ”picchettare” davanti ai cancelli della FIAT nel tentativo di legarsi agli operai (è sufficiente in­dicare come esempio il gruppo conosciuto come Quaderni rossì), nel 1966 le lotte si svolgono a Torino, con una classe operaia sostanzialmente isolata nonostante Iimpegno attivo dei militanti del PSIUP e del PCI davanti alla FIAT. Viene a mancare l’appoggio determinante dei partiti politici davanti all’offensiva padronale. Comunque il contratto del 1966 è vissuto dagli operai in maniera politicamente più cosciente e la vittoria delle liste Fiom Cgil alle elezioni per la commissione interna si spiega con l’alto grado di politicizzazione raggiunto dalla classe operaia e dalle sue lotte davanti al massiccio attacco all’occupazione.[21]Il Psiup torinese segue attentamente la lotta contrattuale e da essa trae l’indicazione che qualcosa all’interno del movimento operaio stia per cambiare in positivo. Le lotte sono più politicizzate, si rende necessaria una loro generalizzazione,  la creazione di strumenti nuovi e autonomi da parte degli operai.

Ad una conferenza alta Italia sulle lotte, tenutasi a Milano il Psiup torinese presenta un documento in cui cerca di fare una prima e diversa analisi sulla Fiat, sul mercato automobilistico e sulle sue incidenze nella vita economica italiana, mettendo in risalto la potenza acquisita dalla Fiat negli ultimi anni con un accentramento eccezionale di capitali[22]. A questo documento segue una nota informativa sulla situazione Fiat e sull’industria automobilistica[23] in cui si analizza la situazione del Bilancio Fiat per il 1967.

Questo metodo di indagine nasce dall’ esigenza di capire la dinamica delle forze in lotta (in questo caso quelle padronali) e le cause interne ed internazionali che inducono la Fiat a operare talune scelte economiche e non altre. II bilancio negativo della Fiat nel 1967 viene pubblicato da La Stampa di Torino [24] in cui G. Agnelli afferma che il fatturato Fiat ,che nei primi otto mesi dell’anno è aumentato del 15%, in tutto l’anno l’aumento è solo dell’11% (110 mila automobili). Il fatturato complessivo risulta pari a 1.100 miliardi,più dell’11,6% rispetto al 1966.

Il Psiup torinese tenta di individuare le cause di questo declino del mercato Fiat, che viene attribuito sia alla debolezza dell’economia italiana in generale sia all’aumentata competitività sui mercati internazionali e al mancato rinnovamento dei metodi di gestione aziendale. Si capisce perché “ l’azienda torinese che prima del ’67 aveva sempre concepito il suo sviluppo in competitività con quello internazionale come una concentrazione di investimenti nei settori più forti, nel ’67 pensa di dovere partecipare consapevolmente al processo di sviluppo economico e sociale del paese[25]. Il  gruppo dirigente  del Psiup torinese si rende conto, analizzando il “mostro Fiat”,  che sono entrati in crisi i vecchi legami tra Fiat (potere economico) e il potere politico, che la Fiat non dirige in maniera egemone la città torinese, che Torino sta diventando una città ribelle. Agnelli comprende la necessità di dovere mutare le funzioni del “suo” giornale, La Stampa, rimasto ancora ancorato ad una concezione provinciale dell’informazione, e quindi da cambiare secondo orientamen­ti capaci di adeguarsi alla nuova realtà sociale.   Questo nuovo tipo di analisi e di elaborazione del­le forze padronali e della dinamica delle lotte porta perciò a risultati teorici soddisfacenti. Appare chiaro che da parte della Fiat si tenta ormai di creare un “contratto sociale” con le forze ope­raie attraverso “l’ingabbiamento” delle istituzioni ope­raie. Agnelli, in qualità di rappresentante della maggiore industria d’Italia, propone una funzione diversa del­lo Stato, che superi la concezione dello Stato liberale di diritto (con funzioni di sola mediazione tra le classi sociali) e divenga un “ente” di unificazione della società stessa. Chiede, cioè, al potere politico di non identificarsi col potere economico, chiede un contratto sociale tra le istituzioni sociali che superi il “contrasto esistente tra soli individui”.

Si vuole in tal modo “corporatizzare” la classe operaia subordinandola agli interessi del capitalismo. II PSIUP torinese intuisce che la risposta a tale tentativo non può essere ricercata soltanto nell’ambito istituzionale perché ciò implica il pericolo che il capitalismo utilizzi anche le forze più radicali del movimento operaio  come apparato di controllo delle lotte. Solo la “critica permanente” del loro rapporto (tra capitale e forse antagoniste istituzionali) può battere tale disegno. II PSIUP indica, appunto, nel “movimento politico di massa” la forma pratica per abbattere tale disegno chiede che le lotte siano autogestite con forme per battere il “riformismo di fabbrica”. Alla fine del 1967 il gruppo di lavoro di fabbrica presenta un documento in vista della Conferenza d’organizzazione[26] sul lavoro svolto durante l’anno. L’analisi che alla luce dell’esperienza davanti ai cancelli Fiat, scaturisce sembra veramente interessante [27].

Il primo aspetto che viene messo in evidenza è il processo di cambiamento che sta subendo la fabbrica non solo a livello tecnologico, ma nei cambiamenti subiti dalla condizione operaia stessa. Per cui di fronte alle lotte che si sviluppano spontaneamente nelle officine il gruppo PSIUP indica la necessità aggettiva di dare loro uno sbocco positivo sia riu­scendo a creare un’organizzazione interna alla fabbrica stessa, sia la necessità di collegare le lotte intere andando a fronteggiare i punti essenziali della produzione interna con il risultato di “rifiutare” aumenti di mansio­ni, aumenti dei ritmi e della produzione:  lo sfruttamento e la sua intensificazione, cioè. Si sente, cioè, la necessità di darsi una organizzazione interna alla fabbrica in conflitto permanente con lo sviluppo produttivo.  Dopo aver analizzato la “logica” del padrone e le lotte di reazione operaia, il PSIUP ritiene necessaria, altresì, una risposta coordinata della clas­se operaia al suo stesso interno, una risposta meno di­spersiva, capace di cogliere i punti e i momenti essenziali delle lotte e crescere con legando le lotte tra di loro all’interno di ogni singola fabbrica e legandole, cosi, con le organizzazioni interne alle altre fabbriche. Questo tentativo[28] che alla Fiat  cerca di “cogliere le particolarità ed i caratteri nuovi della lotta operaia nella grande azienda, nella fase in cui il capitalismo tende ad estorcere plusvalore relativo dal lavoro operaio attraverso l’innovazione e la riorganizzazione permanente“, porta alla costituzione dei delegati operai spontanei di squadra e di reparto. Lutilizzazione, importantissima, dei  giornali di lotta (a somiglianza delle esperienze fatte nel Biellese dal PSIUP guidata dal giovane segretario di Federazione, Franco Ramella) segna un passo avanti per il movimento operaio torinese e nazionale nella lotta di classe.

Il PSIUP parte dalla costituzione di piccoli grup­pi (a Lingotto e Mirafiori) davanti e all’interno delle fabbriche per tentare la costituzione di una organizzazione interna che sia punto di riferimento per gli operai tutti e capace di utilizzarne i nuovi strumenti (Giornali di Lotta, delegati) per raggiungere tale scopo.

Il Giornale di lotta è formato da due o più fogli ciclostilati attraverso i quali gli operai più poli­ticizzati cercano di portare a conoscenza gli operai del le altre squadre e degli altri reparti le loro lotte e i loro metodi di lotta. In un secondo tempo essi diventano il mezzo di unione tra le lotte tra reparti o officine diverse, e si generalizzano a tal punto da divenire mezzi di collegamento tra le diverse fabbriche.

Naturalmente tali stru­menti di “comunicazione” delle lotte prendono avvio alla Fiat per poi estendersi altrove. In un Giornale di lotta degli operai del Lingot­to (Fiat), ad esempio, la prima pagina è dedicata all’invito rivolto dagli operai più coscienti ai propri compagni di lavoro perché si dia vita “allo sciopero interno” come già avveniva nelle officine di Mirafiori: “Noi operai del Lingotto – si legge – sappiamo che la situazione è ormai matura per dare vita allo sciopero in­terno anche nelle nostre officine, unendoci ai compagni di Mirafiori, delle Ferriere e della Fiat SPA,, che sono già in lotta da parecchie settimane[29]. Vengono messi in risalto i nuovi obiettivi che gli operai devono raggiungere per “unire la lotta dei metal­meccanici con quella di altre categorie, legare gli obiettivi di lotta della fabbrica (rifiuto dei gravosi carichi di lavoro) alle lotte nel sociale” (rifiuto di pagare l’affitto nei quartieri).

Il PSIUP di Torino costituisce dei gruppi di militanti all’interno della Fiat, escluse le linee dove la tematica dei delegati venne accettata solo più tardi, che si fanno promotori di rivendicazioni economiche (pansindacali) tendenti essenzialmente a chiedere più salario e un trattamento migliore nel processo di produzione. Le rivendicazioni che portano a fermate “sponta­nee” e a decine di scioperi selvaggi” sono guidate appunto dai militanti PSIUP, essenzialmente alle Ausiliarie e alle Meccaniche.

Le rivendicazioni tendano a rivendicare una professionalità per gli operai che, senza una qualifica, vengono adibiti a mansioni per le quali è richiesta una “professione, una qualifica ben specifica, e ciò non solo spiega perché alle linee di Mirafiori non ha successo la tematica consiliare (il delegato), ma evidenzia anche i meriti e i limiti della politica del PSIUP. La novità e i limiti vanno visti con la stessa visuale. La proposta dei comitati di quartiere delle assem­blee e dei delegati di reparto e di officina contiene dunque in sé delle ambiguità.

Oggi parlando con alcuni protagonisti di tale esperienza appare scontata la limitatezza di quelle proposte, limitatezza che allora, quando ciò avviene, non è possibile vedere e chi ha  la capa­cità di vederla (Lotta continua, ad esempio) non lo fa in maniera costruttiva, ma nella linea di principio antiautoritaria e antidelega caratteristica di tutti i gruppi minoritari. Lotta continua condanna allora il delegato liquidando la sua reale presenza, rifiutando di fare i conti con la realtà che registra, ormai, a livello sindacale la presenza dei delegati e dei Consigli di fabbrica con cui, comunque, politicamente, biso­gna fare i conti. In seguito Lotta continua riconosce in parte tali limiti di analisi.     Sull’onda delle lotte, nell’intento di portare avanti la tematica consiliare, il PSIUP torinese promuove frequentemente convegni sulle lotte che segnano passi in avanti nell’analisi delle lotte stesse e permettono di superare le difficoltà per la conduzione delle lotte stes­se. Convegni vengono promossi fin dal 1967. Uno dei più significativi ha luogo a Torino il 16/6/68; esso segna per il partito  l’acquisizione di nuovi livelli di elabo­razione politica. L’ordine del giorno indica una parola dordine “originale”certamente per le lotte operaie: “fare come in Francia“, anche se chiarisce che non si tratta dì ri­petere la esperienza francese “in toto”, ma di creare strumenti nuovi di organizzazione e di autodecisione operaia alternativi alle istituzioni della borghesia. Altro convegno (sempre nel 1968) viene organizzato il 23 e il 24 novembre: dopo un appassionato ed interessante dibattito, si conclude con una manifestazione pubblica alla presenza del segretario del PSIUP naziona­le Vecchietti [30].

Il tentativo di unificare le lotte anche con il Sud vede il PSIUP torinese promuovere varie iniziative: il giornale di partito pubblica una “lettera ai compagni meridionali degli operai della Fiat del PSIUP[31] in cui si cerca un dialogo di lotta proprio dopo i tragici avvenimenti di Avola e Battipaglia, che avevano “dato la misura dell’intensità e dell’ampiezza del malcontento e della combattività dei lavoratori[32] del Sud, lunghe e dure lotte che avevano preso inizio alla Fiat Mirafiori per poi al­largarsi alla Fiat Lingotto, alle Ferriere, alla Fiat Rivalta. I delegati aumentano, il riconoscimento degli operai a queste nuove forse di lotta e di organizzazione li rafforza.

Le lotte stesse divengono più dure e costanti, i giornali di lotta aumentano e iI mondo studentesco viene ancora una volta inve­stito dalle lotte operaie. Gli studenti ”medi” si af­facciano davanti alle fabbriche con curiosità, ma so­prattutto con la volontà politica di unificare le loro lotte contro la “scuola di classe”, contro la selezione, contro l’autoritarismo, alle lotte degli operai.  Gli studenti sono presenti fin dal 1967 davanti ai cancelli delle fabbriche alla ricerca di collegamenti politici con la classe operaia e sono proprio gli stu­denti, che non seguono linee tradizionali di approccio con gli operai, che riescono a creare le prime importan­ti assemblee tra studenti e operai. Tra queste va ricor­data quella molto importante, l’assemblea delle Molinette, cui gli operai partecipano dopo i turni di lavoro. A volte la presenza operaia raggiunge persino le 500 unità: nemmeno il PCI  e il PSIUP sono mai riusciti a fare tanto! Si vedono contemporaneamente davanti alle fabbriche i primi volantini dei gruppi di studenti.

Sono dei volantini dal contenuto massimalista, non chiari e non sempre coerenti;  la positività del loro intervento non sem­pre viene accettata dagli operai che guardano ancora agli studenti con una certa diffidenza. La presenza degli studenti è certamente uno stimolo: sono presenti davanti ai cancelli con cartelli e volantini che inneggiano alla spontaneità e alla autonomia delle masse.

All’i­nizio del loro “lavoro politico”,  alla vigilia del rinnovo  del Contratto Nazionale, in primavera, i gruppi neonati (Lotta continua, ad esempio) si adoperano alla formulazione di “piattaforme” alternative rispetto a quelle sindacali: è un modo tipico di fare politica cui tut­tora i gruppi politici sono legati. Comunque la presenza degli studenti stimola la classe operaia più cosciente e politicamente più preparata ed il 3 luglio 1969, in seguito alle sospensioni Fiat e alle continue provocazioni delle forze di polizia stu­denti ed operai si ritrovano insieme in piazza ad organizzare grandiosi cortei, unici nella storia del movimento operaio del dopoguerra; la lotta contrattuale dello autunno è anticipata, si va in ferie con pochi soldi ma con una acquisita volontà e capacità politica “nuova” e più forte. Le lotte di primavera hanno posto nuovi e grossi problemi alla lotta e al movimento operaio.

Già il 1° maggio del ’69 il gruppo di fabbrica del PSIUP torinese, in un articolo di fondo di Pino Ferraris apparso come nume­ro unico dal titolo “Delegati operai e consigli in tutte le fabbriche“, si analizzano le lotte passate, identificando il 1969 come un momento storico fondamentale che esprime la necessità irreversibile di operare delle scelte di fondo: “o si va indietro o si procede virilmente in avanti verso scontri più aspri e più drammatici“. Si mette in evidenza la necessità di abbattere le “illusioni parlamentaristiche”, sollecitando le forze della sinistra storica ad assumere la direzione della lotta e dell’offensiva, non addomesticato dentro le regole del gioco istituzionale ma creando, allargando un “movimento di contropoteri” che renda le masse protagoniste attive e coscienti di uno scontro sempre più ravvicinato con i capitalisti e con il governo. Si capisce infatti che “la sopravvivenza” dei nuo­vi strumenti operai dipende dall’esistenza di questa prospettiva strategica unificante” anche se non si nascon­de che il momento politico è “difficile e delicato”, so­prattutto perché le organizzazioni partitiche e sindaca­li sembrano arretrare davanti ai ricatti dei padroni e dello Stato.                                                                                     Fatto sta che, pur sapendo di potere  fidare su una classe operaia più forte e disponibile a lotte ancora più dure, alla vigilia del Contratto Nazionale dei Metallurgici, con il sindacato e i partiti politici della sinistra in crisi e scavalcati dalle lotte stesse di primavera, si respira aria di crisi. II PSIUP torinese comprende  che non si può indurre gli operai a lottare all’ infinito senza obiettivi intermedi o meno, che siano il coronamento positivo e transitorio delle lotte, obiettivi  che vanno comunque chiariti per quelli che sono.

Dopo le lotte popolari del 3 luglio 1969 si presentano i sintomi di crisi. Le lotte sindacali non possono continuare all’infinito. Le “linee” di Mirafiori non vengono toccate, i delegati ormai stanno divenendo dei meri strumenti del Sindacato. La tematica consiliare è fatta propria dalle centrali sindacali che la usano come “controllo” all’interno della fabbrica. Le previsioni di “Lotta continua” sembrano rivelarsi esatte. Per il Psiup inizia la crisi. La necessità da parte del movimento operaio di uscire dalla situazione di lotte spontanee dando loro de­gli sbocchi, conduce a momenti di crisi meglio denomina­te da alcuni come momenti di ”riflessione” delle lotte.

Gli operai capiscono che è necessario, dopo le fe­rie estive, sviluppare al massimo le lotte generalizzandole e generalizzando con esse i nuovi strumenti nati durante le lotte di primavera. Il gruppo torinese sente dunque il “dovere” politico di venire incontro come “struttura di servizio” del movimento stesso, alle prime incertezze della classe operaia che dopo le lotte sembra in “trance” .

Il Psiup propone dunque un “Convegno di lotte” che si tiene a Tropea (Catanzaro) durante le settimane di ferie dell’Agosto a cui partecipano decine e decine di militanti convenuti da ogni parte d’Italia. Le riunioni si tengono sulla spiaggia, qualcuna anche presso la Camera del lavoro di Tropea, la partecipazione degli operai Fiat, protagonisti principali delle lotte, è impressionante e costituisce un fatto di grande importanza. Nonostante lanno di lavoro pesante appena  tra­scorso, i militanti operai dello PSIUP sono pre­senti sulla spiaggia arida e accaldata del meridione, pronti e attenti, polemici e arrabbiati come fossero nelle officine.

La presenza di tanti militanti non è significati­va solo per la serietà di essi e la appassionata parte­cipazione al dibattito, ma soprattutto è significativa per la popolarità di cui godeva nel 1969 il Psiup di To­rino e la curiosità politica che esso aveva destato al­l’interno del movimento operaio italiano. Il dibattito che per 15 giorni si porta avanti nelle riunioni calabresi tenta una analisi delle lotte pas­sate, cercando un filo conduttore che li colleghi alle future lotte contrattuali.                                                                                                      Lautunno caldo” per i militanti del PSIUP torinese ha inizio nei caldi giorni assolati di Agosto. Vengono trattati vari temi:  le lotte di Avola, la crisi dei quadri del PCI, l’esperienza operaia del  ‘68-69 il collegamento con gli studenti, le ”zone salariali”, e da questa analisi si capisce, collettivamente, che non esistono soluzioni immediate per il futuro delle lotte operaie. Il convegno di Tropea non è solo un momento di esaltazione delle lotte prodotte, ma soprattutto un momento di critica e autocritica che investe sia i protagonisti di tali lotte (gli operai) sia i “non addetti direttamente ai lavori” (intellettuali, studenti…).

A questo proposito va citato uno dei documenti, tra i tanti, che hanno concluso i lavori di un gruppo di militanti a Tropea. In esso non solo si dà atto dell’ “ampiezza e dell’enorme combattività della classe operaia[33], ma ci si pone il problema del “perché davanti a tale combattività, si sia avuta la possibilità di chiude­re questa lotta senza minimamente intaccare gli strumenti di subordinazione alla produttività aziendale e ria­prire con maggiore lacerazione la  divisione entro la classe operaia”. Con ciò si vuole criticare apertamente le diverse “esperienze che intorno alla Fiat si sono avute sia minoritarie che ufficiali” in quanto tali espe­rienze sono “tutte accomunate nell’incapacità di fondare quei momenti (salario-potere) che, se scissi, si ri­trovano quale lotta sindacale e lotta politica ovvero il terreno della democrazia borghese”.

II documento afferma, infine, che le “esperienze maturate intorno alle lotte operaie, alla Fiat si fondavano su un presupposto fondamentale secondo il quale le sorti del capitalismo italiano sì sarebbero giocate tut­te alla Fiat secondo uno schema che, riproponendo l’ideologia del rapporto tra sviluppo e sottosviluppo, tra industria puramente capitalistica e settori avanzati e il resto della società, trova unicamente nella Fiat l’espressione del capitalismo italiano ed identifica la lotta operaia alla Fiat con la lotta d’avanguardia“. A tale schematica analisi, tipica dei gruppi ex­tra parlamentari, i relatori del documento attribuiscono infatti “l’incapacità di elaborare una strategia concretamente di potere nell’azienda”, affermando infine la necessità di “far crescere il rapporto tra lotta alla Fiat e lotta della classe operaia nel resto del tessuto produttivo capitalistico rompendo con ciò l’isolamento in cui si trova la classe operaia alla Fiat.

Questo documento, in effetti, tenta di mettere in evi­denza l’errore più mastodontico che si annida tra le stesse file del gruppo PSIUP torinese, che consiste appunto nell’indicare nella Fiat il punto vitale del capi­talismo italiano semplificando erroneamente il rapporto, importantissimo, tra sviluppo e sottosviluppo, tra lotte d’avanguardia e lotte di massa. Al di là, comunque, di alcune incongruenze, il Convegno di Tropea, salutato ironicamente dalla La Stampa” di Torino come una “vacanza” di rivoluzionari da strapazzo “nel campeggio di Tropea organizzato dal PSIUP” [34], segna un passo in avanti rispetto all’analisi e all’ela­borazione teorica del gruppo torinese del PSIUP.

Dalla discussione collettiva sono scaturite alcu­ne indicazioni molto interessanti che si possono così riassumere:

  1. necessità di allargare le lotte a partire dalla Fiat coinvolgendo le altre numerose fabbriche torinesi con una generalizzazione delle lotte e degli strumenti che da tali lotte sono nati (delegati e giornali di lotta).
  2. creazione di un legame orizzontale tra fabbriche e società portando le lotte fuori dalla fabbrica e trasferendo il “delegato” dalla fabbrica al quartiere facendolo divenire il soggetto unificante delle lotte complessive contro lo sfruttamento di fabbrica (carichi di lavoro, ritmi, ecc.) e il caro vita (affitto).

Le lotte d’autunno dovrebbero segnare, cioè, il momento di unificazione delle lotte sociali con le lotte di fabbrica in maniera da fare diventare il “delegato operaio” il protagonista delle conquiste della classe operaia sì prevede, inoltre, uno scontro più duro con il padrone e così è, infatti.

II 3 settembre, al ritorno degli operai dalle ferie estive, davanti alla ripresa delle lotte operaie, la Fiat sospende 30.000 operai. Con tale provvedimento si cerca di mettere fine alla “insubordinazione operaia” che imperversa ormai nelle officine, legando reparto con reparto, sezioni con sezioni, fabbriche con fabbriche, le lotte di fabbrica con le lotte dei quartieri (prime occupazioni di case alle Vallette che si propagano poi in Corso Taranto  e nei  dintorni di Torino ove maggiore è la presenza operaia).

Qualche giorno dopo, il giornale del PSIUP nazionale [35] pubblica un Appello del PSIUP torinese  col quale si invitano le forze operaie ad estendere la lotta e gli strumenti operai (delegati e con­sigli dei delegati). Davanti alla nuova offensiva delle lotte operaie, che si propaga dalla Fiat alle altre importanti fabbriche torinesi come la “Lancia”, la “Pininfarina”, la “Nebiolo”, la “Olivetti” …. il PSIUP torinese indica “alcune linee d’impegno urgente e unitario“. “Urge – si legge nell’articolo – portare avanti al la Fiat e in tutte le fabbriche, l’azione articolata in modo organizzato e risoluto, facendo dei lavoratori i protagonisti delle lotte, utilizzando la lotta interna non per sfoghi e entusiasmi momentanei, ma per organizzarci nelle assemblee con i delegati, per discutere, punto per punto, i problemi”. Per il PSIUP “compito fondamentale.. è quello di estendere le nuove forme di lotta e di organizzazione, i delegati e i consigli dei delegati, nelle altre fabbriche e creare organismi di collegamento tra i delegati delle varie aziende”.

Il PSIUP torinese indica ancora  come compito come indifferibile l’azione per il tentativo di stroz­zare le lotte in fabbrica attraverso i meccanismi di condizionamento che operano fuori dalla fabbrica operando al di fuori di ogni illusione parlamentaristica o di ingenua attesa di benevole concessioni  governative. Si conclude l’ “appello” invitando tutte le forze sindacali e politiche di classe ad organizzare una ri­sposta alla “serrata” del 3 Settembre da parte della Fiat e all’uso indiscriminato di tutte le forze di repressio­ne” (tra cui la presenta della polizia davanti ai cancel­li per difendere la “proprietà privata” durante  le lotte operaie) .

L’ “autunno caldo“, come è stato definito il periodo di lotte operaie del ’69, avanza, mettendo in crisi non solo la produttività col rifiuto degli operai di “farsi sfruttare, ma anche le stesse istituzioni sindacali  e politiche. Per questo il padronato risponde alle lotte facendo uso indiscriminato  di  tutti i mezzi a sua dispo­sizione e ha inizio proprio nel ’69 quella lunga spirale della violenza terroristica che, con l’appoggio di importanti e delicati apparati (corpi se­parati) dello Stato, mira a fermare violentemente le lotte operaie: il 12 Dicembre del 1969 scoppia una bomba a Milano, presso la Banca dell’Agricoltura, causando una terribile strage, 16 morti e decine e decine di feriti. Le bombe, come ormai viene riconosciuto, dovevano segnare Iinizio di quella strategia della tensione che doveva, secondo le intenzioni chiare degli attentatori criminali, condurre l’Italia democratica in un vicolo cieco, generando paura e tensione e sfo­ciando in una dittatura di tipo fascista.

Nel 1969 [36] in Italia “ci sono 145 attentati, 1 ogni 3 giorni.”Novantasei attentati di questi sono di riconosciuta marca fascista“. Oggi, a distanza di oltre 40 anni, dopo l’offensiva contro i militanti della “sinistra”, dopo la caccia all’anarchi­co fomentata anche dalla grande stampa democratica eantifascista (“La Stampa di Torino o il “Tempo“) [37], si riconosce pub­blicamente che le bombe erano fasciste e che tendevano a creare “disordine” nel nostro paese al fine di condurlo verso forme autoritarie e anticostituzionali di potere. [38]

I lavoratori, comunque, non si arrendono. Le lot­te, dopo i tragici avvenimenti di Milano, continuano e lo scontro si fa più duro. La lotta contro il terrorismo neofascista trova la classe operaia pronta:  le fabbriche, i quartieri e le scuole divengono momento di grande unificazione dello scontro di classe. Manifestazioni e grandiosi cortei costituiscono la risposta operaia all’ interno e all’esterno della fabbrica, nelle officine  e nelle piazze, all’offensiva padronale. La lotta operaia, nonostante i gravi fatti sopra citati che vedono anche l’anar­chico Giuseppe Pinelli, ferroviere, morire “cadendo fuori dalla finestra della Questura di Milano durante l’interrogatorio“,[39]è compatta e alla fine esce vincente dallo scontro.

Al PSIUP torinese vanno attribuiti grossi meriti per quan­to riguarda la situazione torinese perché fornisce, anche in quei momenti difficili che seguono le bombe, un grosso e importante contributo teorico e pratico alle lotte stesse con l’impegno costante e spesso fondamentale dei suoi militanti tutti (fuori e dentro la fabbrica). Ha non solo il merito di seguire le lotte operaie con acute analisi e sollecitandole con realistiche e originali indicazioni politiche, ma anche quello di avere sapu­to guardare ai nuovi strumenti operai cosa realismi e con sufficiente intuizione circa la loro importanza. II PSIUP torinese, a differenza dello stesso PSIUP nazionale, mette in discussione, a livello di analisi (ma an­che nella prassi dei suoi militanti) in maniera corretta e unitaria la stessa funzione del PCI.

Scrive, infatti, Pino Ferraris [40] che “il PCI, a Torino, era abituato a identificarsi (coincidere) con la classe operaia Fiat“. “Questa coincidenza – scrive – è dentro le vicende stesse della nascita del PCI, il cui gruppo di ridente originario in gran parte si è identificato con la esperienza ordinovista  torinese” “Questa coincidenza” (reale dal 1943 al 1950) “ha avuto la sua verifica negativa:  la sconfitta di classe alla Fiat coincide con quella sindacale e politica nel PCI”.  II ‘69 e l’offensiva operaia non portano più il nome di PCI.

Con ciò Ferraris non vuol dire che il PCI non esista nella fabbrica torinese, ma che le lotte operaie e l’accresciuta  coscienza di classe è sfuggita all’organizzazione politica del PCI stesso. Questo perché il PSIUP torinese in genere si contrappone alle petizioni in Parlamento e agli ordini del giorno del PCI che intende “istituzionalizzare le lotte” trasferendole sul terreno tradizionale e non rendendosi conto della novità costituita dalle lotte operaie stesse. Ferraris, infatti, mette in evidenza come il 3 lu­glio ’69 abbia dimostrato il fallimento della politica del PCI rispetto alle lotte: il fatto che per gli operai protagonisti delle barricate di Borgo San Pietro, la lotta è più radicale delle petizioni, e che una nuova fase si apre, una fase in cui non è più possibile negare il carattere di massa e di classe dello scontro in atto. II PSIUP torinese critica il PCI perché è “tutto dentro la repubblica e la Costituzione nell’illusione che queste possano legittimare ancora la libertà di sfruttare e la libertà di spezzare realmente la macchina dello sfruttamento mentre la classe operaia cerca una liber­tà al di fuori dalle barriere imposte dalla borghesia.

Altro importante contributo è dato dal PSIUP di Torino nella valutazione, improntata alla estrema correttezza, anche se polemica e critica, che si dà dei gruppi. In un articolo di P. Ferraris [41]dal titolo “Lot­ta continua, la crisi dello spontaneismo“, si cerca di capire la nascita dei gruppi e la loro funzione rispetto alle lotte, alla classe operaia.                     Ferraris, che ha sempre riconosciuto e sollecitato il legame tra studenti e ope­rai, afferma che è “difficile definire in modo chiaro e completo la linea di intervento politico alla Fiat delle forze ruotanti attorno ai volantini di  Lotta continua e alla Assemblea delle Molinette per il carattere vario e sovente contraddittorio delle ipotesi politiche confluenti nell’iniziativa, ipotesi che non hanno mai trovato una sintesi unitaria”. Ferraris afferma che essi partono da tre punti base:

1) giudizio negativo di tutte le forze storiche del­le organizzazioni operaie: no ai partiti, no al sindacato, no al delegato;

2)  piattaforma rivendicativa “massi­malista” che comporta forti aumenti salariali, categoria unica per tutti (più salario meno lavoro);

3) tentativo di gestire tali proposte.

Inoltre, attorno a questo costante denominatore – continua l’articolo – girano le ipotesi strategiche più svariate e opposte, che vanno dall’economicismo all’anti autoritarismo, “dalla linea del maggio” a quella della “lunga marcia attraverso le istituzioni”, dai  sostenito­ri operaisti ai partiti, dai “movimentisti” agli eclettici alla Cohen-Bendit. Poi, analizzando il Convegno organizzato a luglio dai gruppi, Ferraris afferma che esso è fallito a causa del disaccordo dovuto soprattutto alla necessità o meno di costituire un’ organizzazione. Accusa tali gruppi di “spontaneismo”, imputa al gruppo Lotta continua di avere avuto “un atteggiamento aristocratico di sopravalutazione del ruolo delle “avanguardie operaie” di rifiuto del momento sindacale, “il rigetto del delegato operaio“, condanna i clamorosi avvenimenti di cui è stato protagonista il gruppo Lotta continua come quello seguito al­le sospensioni del 3 Settembre ’69 durante il quale Lotta continua proponeva Ioccupazione della Fiat, accusando i sindacalisti operai di volersi accordare col padro­nato, definendo “la proposta del delegato un lurido tra­nello” voluto dai sindacalisti e dai partiti riformisti (tra i quali un ruolo determinante occupava il PSIUP stesso) perché i delegati “saranno costretti a diventare i caporali del padrone .

E’ il tempo in cui tale gruppo lancia la parola d’ordine “siamo tutti delegati” inneggiando al “massimalismo” più cieco, abbandonandosi alla creazione di piattaforme sempre più a “sinistra” del sindacato e di ogni altra organizzazione; è il tempo in cui il gruppo, come in tatti i momenti difficili, non è in grado di formulare indicazioni di lotta realistiche ; probabilmente si è troppo fatti trascinare dalle lotte del movimento e ora è incapace di aiutare il movimento stesso a superare i momenti di crisi. Perché è nei momenti di crisi che bisogna essere in grado di aiutare il movimento: le carenze dei “gruppi minoritari” emergono allora con maggiore chiarezza e di­mostrano ancora una volta che non si può vivere sull’on­da del movimento, sull’onda travolgente delle Lotte. Bisogna sapere stare con il movimento di classe anche quando esso si trova in momento di stasi, anche quando non genera lotte. Mi sembra che, a differenza dei gruppi “minoritari”, il PSIUP torinese abbia sopperito degnamente a tale compito: esso è vicino al movimento, alla classe operaia, anche nei momenti di crisi e di riflusso delle lotte che seguono l’autunno caldo.

La lotta contrattuale, appena terminata poneva il problema come dopo tutte le lotte — di indurre “ i  padroni  a mettere in pratica le conquiste ottenute.” Era stato ottenuto più dell’80% delle richieste avanzate dalle organizzazioni sindacali, grossi risultati erano stati ottenuti sia a livello salariale, sia rispetto alla parità normativa, sia rispetto al riconoscimento (fatto politico di grandissima importanza) dei “delegati operai” e dei “consigli di fabbrica”, in sostituzione delle commissioni interne. Il gruppo di lavoro del PSIUP torinese capisce bene [42] che “una conquista operaia era dalla parte dei lavoratori la coscienza della loro forza e quindi la spinta verso altre conquiste mentre genera nella classe capitalistica, l’esigenza della rivincita”. Il PSIUP ha chiaro, cioè, che “una vittoria operaia non porta la pace sociale ma provoca scontri più duri se gli operai non si rassegnano e non sono disposti a lasciarsela rimangiare”. Per questo motivo il gruppo di lavoro del PSIUP torinese non si trova d’accordo con le posizioni dei “gruppi minoritari” cui si rimprovera di avere valutato come “accordo bidone” le conclusioni contrattuali accettate quasi alla unanimità degli operai stessi. Mentre critica è la posizione verso “i compagni comunisti” tra i quali “si sottolinea che il risultato contrattuale è una grande vittoria“, affermando che “queste conquiste non sono poi cosi dannose al sistema capitalistico e che, anzi, (con il ritocco di opportune riforme) possono diventare tua fattore di pacifico progresso per tutta l’economia nazionale[43].

Per il PSIUP torinese, però, i risultati contrattuali sono positivi, rappresentano un successo dei lavoratori, anche se “stimolano nuove richieste e nuove esigenze” e non portano “rovina e morte” del capitalismo, ma rappresentano comunque un duro colpo al sistema stesso che reagirà contro tali conquiste. Afferma, cioè, che è necessario prestare attenzione ai possibili tentativi di rivincita della classe dominante che vuole ristabilire i vecchi ordini di gerarchia e la “normalità” produttiva esistenti prima del contratto. Si vuol dire che il padronato cercherà di subordinare nuovamente la clas­se operaia ai suoi “ordini” e alle sue esigenze di accumulare “plus-valore” e quindi maggiori profitti.

Per questo il PSIUP torinese afferma la necessità di rilanciare l’offensiva operaia con una contrattazione articolata sui problemi aperti dalle lotte del contratto dei metalmeccanici (ritmi, premio di produzio­ne, attacco ai meccanismi di cottimo, passaggi di categoria, orario di lavoro) e collegare le lotte sul la casa e sugli affitti, estendendo le organizzazioni di base nate durante le lotte d’autunno. L’unica difesa che la classe operaia può opporre ai tentativo di rivincita del padronato consiste – sempre secondo il PSIUP di Tori­no – nel perseguire una lotta permanente su obiettivi reali.       Nel Gennaio del ‘70 [44] il PSIUP torinese organizza un convegno regionale sul tema “Il partito e le lotte“. II Convegno si svolge a Torino sorretto da una partecipazione vasta e da un dibattito  molto serrato. Vi partecipano, oltre agli operai torinesi della Fiat e non, operai della Chatillon di Vercelli, della Octir di Biella, della Olivetti di Ivrea, della Rhodiatoce di Pallanza. Si registra un impressionante grado di omogeneità di linea politica e di metodo di lavoro e segna, il Convegno, un punto importante per il PSIUP torinese in quanto a livello politico di discussione emersa durante il dibattito. Gli interventi sono poco settoriali e danno l’impressione di avere raggiunto “una dimensione globale capace di trovare le articolazioni e i collegamenti naturali fra una strategia di potere di classe e gli obiettivi concreti e gli organismi embrionali del movimento di massa”[45].                  

Dalla discussione emergono chiare, ormai, due diverse strategie del movimento operaio: la strategia della nuova maggioranza e della programmazione democratica (fatta propria dal PCI) e quella che, al contrario, indica nei contropoteri, nel controllo operaio e nell’unità consiliare la via da percorrere in Italia, dalla classe operaia (fatta propria e indicata dal Psiup).

Come conclude L.Libertini[46] il “punto centrale, discriminante delle due strategie è rappresentato dalla concezione dello stato, del rapporto verso le istituzioni borghesi”. Afferma infatti (così si spiega anche la sua scelta di aderire al PCI dopo il 1972) che solo “dimenticando la natura di classe dello stato si può pensare di ipotizzare un uso positivo dello stato e dei suoi organi che accompagni, invece di contrastare il processo di conquista economica e di potere della classe operaia”.                                      

Libertini chiarisce, comunque , che dire lo Stato è di classe non vuol dire non fare attenzione ad esso proprio perché è “impensabile la persistenza di una rete di contropoteri di classe se non ci sono contemporaneamente aperte brecce negli istituti del potere capitalistico”.

Il Convegno ancora una volta ha sollecitato con forza la creazione di una strategia di classe offen­siva che faccia perno soprattutto sull’iniziativa di mas­sa e “collocata in una prospettiva di democrazia diretta e una visione dell’internazionalismo che non la contraddica e la neghi facendo riferimento ad una concezione statistica e amministrativa del socialismo“.  La necessità di fare continuare l’ autunno caldo viene espressa da P. Ferraris [47], il quale mettendo ancora una volta in evidenza come “le lotte operaie hanno creato nelle fabbriche nuovi rapporti di forza che, mentre indeboliscono la gerarchia aziendale, danno il potere ai lavoratori di afferma­re proprie esigenze“, ribadisce che la “classe operaia ha un solo modo per difendersi e attaccare, dare colpi ancora più duri con armi ancora più solide e agguerrite”.

Ma il PSIUP piemontese si scontra con la politica del PSIUP naziona­le, una politica che si adatta alle situazioni. Nel ’70 [48] hanno luogo le elezioni dei nuovi con consigli regionali, provinciali e comunali: il PSIUP crede di potere utilizzare le lotte operaie a fini elettorali­stici. Le elezioni sono caratterizzata dalle continue provocazioni fasciste.

Le illusioni elettorali del PSIUP nazionale vengono completamente deluse; il 7 giugno del ‘70 segna una sconfitta per il PSIUP. [49] Qui sta il problema: tra il PSIUP nazionale e le esperienze del Psiup torinese esiste una forte differenziazione, una eccezionale diversità. Il partito dimostra di non gradire del tutto l’indirizzo politico del PSIUP di Torino, in seno al quale, pure, si acuiscono le divi­sioni tra chi vuole un’alleanza stretta coi comunisti sulla linea di programmazione economica democratica e nell’area socialista e chi, invece, oppone a questa linea politica quella nata dalle lotte operale: la linea  dei contropoteri.

“II PSIUP di Vecchietti” – come ormai i militanti torinesi distinguono – non aveva fatto sue le esperienze torinesi, aveva fallito anche sul terreno elettorale nel ’70 (le elezioni del ’72 segneranno la sconfitta defini­tiva), la crisi del governo presieduto da Rumor e le con seguente sospensione dello sciopero generale del 7 lu­glio, la deroga dell’orario alla Fiat concessa dai Sindacati, sono un passo indietro per il movimento operaio le stesse dichiarazioni di pace sociale fatte proprie dal PCI che propone una “ripresa produttiva qualificata” avvengono mentre a Reggio Calabria inizia la rivolta guidata dai neo-fascisti che con la “falsa motivazione” di protestare per Reggio Capoluogo, vogliono creare disordine strumentalizzando la giusta rabbia delle popolazioni calabresi dovuta, invece, ad una situazione di sottosvi­luppo ormai inaccettabile. Il partito, uscito battuto dalle elezioni,- da cui i dirigenti nazionali aspettavano grossi risultati (da­to il ruolo importante avuto dal PSIUP – vedi Torino – durante le lotte dautunno), rilancia la tematica dell’ area socialista, ma è indebolito: si vuole riavere una nuova dimensione politica, ma non basta neppure la battaglia contro il decretone di E. Colombo, nuovo presidente del Consiglio, anche se tale lotta parlamentare segna una tappa singolare e importante per il Partito a livello parlamentare.

Il governo Colombo si presenta come il governo delle tasse, come il Governo che tende ad aggrava­re il bilancio mensile delle famiglie italiane: l’attacco alle conquiste operaie dell’autunno parte dallo Stato. Per fare fronte all’aggravarsi della situazione economica – come spiega L. Libertini [50] – si cerca di far pagare ancora una volta alla classe operaia il prezzo  degli errori economici compiuti dai governi di centrosinistra. Proprio quando a Vallombrosa[51] le ACLI lasciano ben sperare circa una loro scelta di campo anticapitalista, impegnandosi ad avere un ruolo diverso nella lotta politica e aprendo nuove prospettive per la sinistra italiana, proprio quando fallisce il tentativo di unificazione socialdemocratica, il Psiup nazionale si impegna a combattere “nel parlamento e nel paese[52]per “impedire la conversione in legge del decreto Colombo”.

Infatti con una forma di ostruzionismo parlamentare (gli oratori parlano a turno per lunghissimo tempo) si oppone al Decretone del governo.

Nel frattempo la commissione economica del partito elabora un documento in cui si tende a dimostrare che è possibile trovare altre e diverse “fonti” per sanare l’economia[53]. Ma è risaputo che non è sufficiente la lotta parlamentare se ad essa non corrisponde una lotta delle masse nei posti di lavoro e nella società stessa.

II movimento operaio nel 1970, dopo l’insediamento del governo Colombo, non è all’apice delle lotte, anzi le lotte conoscono momento di stasi e di riflusso; si paga il prezzo dei compromessi di vertice voluti anche dalle stesse opposizioni della sinistra parlamentare, si paga il prezzo delle illusioni elettoralistiche dei partiti della sinistra storica tra cui anche il PSIUP, che non appartiene alla sinistra intesa in tal senso, i quali partiti avevano creduto che le lotte vittoriose della classe operaia fossero traducibili in altrettante vittorie elettorali, senza pensare minimamente che non sempre è cosi e che anzi proprio il movimento operaio con le sue lotte e con la caccia ai privilegi  aveva recato non poco timore tra alcuni settori di piccola borghesia (elettorato anche socialista) e che tali timori  dello spettro del comunismo aveva contribuito a dare i risultati elettorali avuti.

Il PSIUP torinese reagisce al riflusso delle lot­te condannando chiaramente il “Decretone” [54], metten­do in evidenza come dopo I’    “autunno caldo” si sia assi­stito ad “una forte divisione delle lotte, fra lotte di fabbrica e quelle di quartiere e soprattutto fra Nord e Sud d’Italia. Per cui il Sud, tagliato fuori, è esploso a Reggio Calabria sul problema della disoccupazione, ma in mancanza di una iniziativa della sinistra hanno preso l’iniziativa i mafiosi e i fascisti. II volantino conclude invitando gli operai a preparare per metà settembre lotte nelle fabbriche e nei quartieri in aiuto anche all’”ostruzionismo”portato avanti dal PSIUP in Parlamento.                                                                                                          Ma proprio in quei stessi giorni, il segretario di federazione Pino Ferraris, davanti alle accuse e all’ostru­zionismo interno, che tende a boicottare l’iniziativa politica della Federazione Torinese, non condividendone la linea politica considerata “avventuristica”, presenta le dimissioni dal suo incarico con una lettera indirizzata ai Membri del Comitato Esecutivo della Federazione di Torino [55].

Nella lettera si afferma che è “doveroso fare un esame critico e autocritico responsabile ma severo delle difficoltà che ci troviamo di fronte“, facendo notare che la crisi di gestione della Federazione torinese va vista anche sotto l’aspetto esterno e generale difficile e denunciando che la crisi di prospettiva e le “incertezze generali che gravano sul ruolo e sulla collocazione del PSIUP non aiutano certo un processo di omogeneizzazione ne e di ripresa del Partito“.

P. Ferraris, reputando di avere esaurito la sua funzione di segretario all’interno della Federazione stessa, si ritiene – come egli stesso dice – “a disposizione del Partito per dare sotto forma diversa un contributo militante”. Le sue dimissioni, che poi rientreranno, segnano la fine dell’esperienza positiva del PSIUP torinese all’interno del movimento operaio. Lo scioglimento del Psiup nazionale avverrà soltanto nel 1972,  ma  la rottura al suo interno conosce momenti di estrema tensione proprio nel 1970.

Lo stesso PSIUP torinese riflette la situazione nazionale che è quella di un partito a pezzi, che segue due strategie opposte, che non riesce ad esprimere con chia­rezza una linea politica, che è incapace di raccogliere i frutti di un lavoro politico che pure c’è stato. La lotta operaia è in riflusso, il PCI non propone soluzioni di lotta; nel ‘69 G. Amendola aveva parlato di  “area di governo” e come scrive Lelio Basso [56]a proposito di due articoli  pubblicati da“L’Unità”del 21 e del 29 Agosto 69, firmati da Amendola, appunto, il PCI si pone il  problema dell’entrata dei comunisti nel campo governativo (concetto espresso, tra l’altro, da Enrico Berlinguer alla Camera il 9 agosto 1969 e già chiaro dopo il XII Congresso del PCI).

E’ un momento di grave crisi per il movimento operaio italiano. Come si legge in un ordine del giorno del Comitato direttivo del PSIUP di Torino [57]l’andamento delle lotte di questi ultimi mesi, il loro isolamento, la loro direzione sovente verticistica e moderata, la loro oscillazione tra esasperazioni sporadiche e riflussi moderati indicano che il potenziale di lotta e di risposta offen­siva della classe (ancora esistente) è già stato però toccato da segni negativi” e che “questo deterioramento rischia di aggravarsi rapidamente se dovesse passare lo attacco del Governo Colombo, cioè la vendetta del sistema scagliata per decreto contro la classe operaia“.

Dopo avere definito “corresponsabile, grave e preoccupante” la posizione del PCI sui problemi dell’espansione produttiva di cui vuol farsi garante e dopo avere definito “neoanarchiche” le impazienze di “certi gruppi minoritari” o intellettualistiche (II Manifesto), pur autocriticandosi per le proprie responsabilità di non essere stato capace di “raggiungere una sintesi strategica delle esperienze”, soggette invece “ad oscillazioni tra momenti spontanei e fasi di routine”, si indica la necessità di respingere l’attacco rivolto al PSIUP per riportarlo nell’area socialista” come strumento per costruire “nuovi equilibri parlamentari dopo il centro-sinistra“, attacco portato da forze più diver­se (appartenenti al momento operaio e non). Si afferma ancora una volta la necessità di definire, da parte del PSIUP, un suo ruolo preciso per essere in grado di rilanciare la lotta operaia.

Ma la lotte non riprende:  come si legge in un articolo [58]non è un caso che mentre avanza il dialogo tra centro sinistra e forze di opposizione” (fatti di Reggio Calabria, decretone e accordo sugli statuti regionali) tutto questo nuovo indirizzo politico permette serrate e licenziamenti in tutto il paese, sgombero di 400 scuole occupate da parte della Polizia; a Milano il 12 Dicembre (anniversario delle bombe alla Banca dell’ Agricoltura) uno studen­te, S. Saltarelli, militante del movimento studentesco, muore durante un attacco delle forze di polizia..[59]

Sono i giorni in cui anche la situazione internazionale è caratterizzata da avvenimenti drammatici, che vanno ad unirsi alla situazione vietnamita:  a Burgos, in Spagna, il regime franchista condanna a morte dei militanti baschi, mentre pochi giorni dopo in Polonia avviene la rivolta operaia contro il carovita repressa con il sangue. Il PSIUP si avvia, dunque verso il 3° Congresso di Partito (provinciale in preparazione di  quello nazionale) con tutta una serie di gravi problemi di identifi­cazione politica maturati durante il ‘70 e che non trovano una soluzione precisa, in una situazione nazionale e internazionale molto complessa.

Vita proletaria[60]pubblica, in preparazione del Congresso di Partito, dei documenti di militanti tendenti a enti a stimolare il dibattito interno. Tra essi, interessante mi sembra il contributo di alcuni militanti. Dopo avere precisato che la nascita del PSIUP fu dovuta al rifiuto di coinvolgere le masse in una politica di stabilizzazione del sistema” e al rifiuto del “riformismo”, esso ricorda che il PSIUP volle iniziare una nuova fase storica (citando la relazione di Vecchietti al 1° Congresso di Roma) che rifiutasse il “disegno di integrazione da parte del capitalismo tendente a coin­volgere l’opposizione di sinistra“. Dipoi afferma che già al Comitato Centrale del luglio ‘68 (dopo il maggio francese e le Elezioni politiche italiane) il PSIUP aveva colto molto bene la situazione italiana superando totalmente ogni “nostalgia frontista”all’interno del partito. Mentre — si dice ancora- il secondo Congresso di Napoli ripiegava indietro compromettendo il rapporto del partito col movimento e con le nuove avanguardie operaie e studentesche” che ha portato alla sconfitta del 7 Giugno, operando un ritorno frontista nel partito. Il documento cioè, denuncia il passo indietro accusato dal Psiup dopo il 7 Giugno e annuncia come drammatico il III Congresso. Sempre “Vita proletaria[61]pubblica alcuni importanti contributi di militanti del PSIUP.                                                                                                         Tra questi viene pubblicato un documento che Clemente Ciocchetti aveva presentato al Comitato direttivo di febbraio[62] in cui si afferma che “il Psiup ha assolto ad una funzione fondamentale nella sinistra italiana, ponendosi come punto di riferimento nella lotta contro il disegno riformista del grande capitale” che voleva passare attraverso la formazione del centro sinistra, oggi ormai superato storicamente. Ciocchetti afferma, cìoè che “si tenta di ricondurre l’azione di­retta  delle masse dentro canali istituzionali (Regioni,dialettica parlamentare) con l’avallo dello stesse PCIsecondo cui il movimento operaio dovrebbe farsi carico dei problemi dello sviluppo economico“. Ciocchetti sottolinea, infine, che tutto il “grandioso movimento di lot­te sociali” del  68/69 sta per avere come sbocco l’arri­vo di un disegno neoriformista che riporta il PSIUP ad operare delle scelte fondamentali o assolve alla funzione originaria di rinnovamento della strategia, prevalente nel movimento operaio” con proposte antiriformiste, oppure “viene risucchiato dentro il nuovo disegno riformista“.

Se il PSIUP – sempre secondo Ciocchetti – non riprende la “funzione” esercitata negli anni passati es­so allora “rischia di perdere la stessa propria ragione di esistenza“; afferma inoltre che per riprendere tale funzione è necessario riprendere il rapporto, affievolitosi negli ultimi anni, con i movimenti di liberazione dei Pae­si del Terzo Mondo e non identificare l’ internazionalismo come rapporto con i paesi dell’Est e dellURSS, in particolare. Ciocchetti afferma ancora una volta l’avversione al riformismo, critica con chiarezza la strategia del PCI e il modo come sono stati presentati i delegati dalle Tesi di Partito per il Congresso in quanto sono stati “ridotti a garanzie di partecipazione dei lavora­tori alla direzione del movimento “; sostiene una diffe­renziazione all’interno del sindacato, chiede che venga espresso un giudizio serio sui gruppi “minoritari” che debbono essere criticati a fondo” ma in maniera ragionata e articolata, in termini, cioè, di confronto.

Della stessa sostanza è il documento presentato dalla sezione PSIUP “Rosa Luxemburg“di Ivrea, che chiede al partito di rispondere chiaramente e di dare “indicazioni precise  su come aggregare le forze anticapitalistiche e antiriformiste senza passare attraverso proposte neofrontiste“.

Ma all’interno del PSIUP torinese non si registra unanimità politica: già nell’ attivo regionale della fine di Gennaio [63] un gruppo di militanti giudica negative le Tesi del CC e L. Battaglia propone un ordine del giorno che respinga le Tesi del PSIUP nazionale, mentre C. Ciocchetti presenta, in seguito, un documento alterna­tivo alle Tesi stesse. Dopodiché Alasia, Filippa, Libertini e Giovana, membri del Comitato Centrale del PSIUP per il Piemonte (ne fanno parte an­che Castoldi, Foa e Ferraris) pubblicano una dichiarazione sullo stesso numero di “Vita Proletaria” a sostegno del loro voto positivo alle Tesi di Partito per il Terzo Congresso Nazionale. Essi specificano che la “collocazione del Partito essere come forza politica che rifiuta le ipotesi riformiste”e che il giudizio positivo sulle Tesi non esclude ” un vigoroso e rigoroso dibattito congressuale colmare vuoti e in qualche caso anche fare emergere contraddizioni che appaiono  nelle Tesi” e che sono pre­menti nel Partito.

Denunciano”l’inadeguatezza del Partito e della sua gestione politica ed organizzativa” affermando che sono inutili e accademici tutti i discorsi politici se non viene risolto il problema della gestione del partito stesso proponendo strumenti operativi (Ufficio politico, Direzione del Partito, democratizzazione delle Sezioni di lavoro).  Criticano cioè i vuoti politici lasciati da Ferraris e le deficienze organizzative che la gestione Ferraris del PSIUP di Torino ha lasciato. A questo proposito vanno fatte alcune precisazioni nel tentativo di chiarire le posizioni dei due schieramenti che si sono venuti a determinare all’interno della Federazione torinese.

La Federazione di Torino durante la gestione Ferraris  ha conosciuto dei momenti importanti soprattutto a livello di elaborazione, ma non sempre al lavoro di “movimento” è venuta a corrispondere una crescita (non certo a livello di tessere, ma anche quelle) politica del partito. Quando finisce la funzione pansindacalista il PSIUP entra in crisi. Si trattava di  dare degli sbocchi politici diversi, di dare una visione politica complessiva, di avere una linea politica complessi­va.

Il PSIUP nazionale non possiede tale linea, e neppure il PSIUP di Torino e ciò non può, comunque, essere attribuita alla sola gestione Ferraris. Penso che il discorso debba essere più articolato.     Pino Ferraris ha contribuito notevolmente a creare un partito diverso a Torino, ma spesso ha gestito la Federazione in maniera alquanto particolare, molto personalistica, se si vuole essere sinceri; ha dato prova di grandi capacità teoriche non trascurabili, ma non è mai riu­scito a fare partecipi tutti i militanti, tutta la Federazione, delle elaborazioni e dei problemi reali del partito. Tutto questo logicamente non va attribuito soltanto alla sua gestione (non si tratta di vedere chi è il colpevole) ma anche alla poca disponibilità degli oppositori della linea politica “di movimento”;  degli opposito­ri, che non sempre si sono fatti carico di questo stesso problema. Fatto sta che il PSIUP non fa più politica anche dopo che Ferraris declina la funzione dirigente.

Dopo il congresso nazionale il segretario è L. Libertini, ma il PSIUP torinese non migliora. La situazione è ormai com­promessa, il partito cerca di rifarsi una organizzazione; mantiene dei rapporti più morbidi col PCI, ma la gestio­ne -Libertini rappresenta un momento di transizione per la Federazione torinese in attesa dello scioglimento. Comunque tra le molte polemiche, le riunioni di corrente, tra scontri politici interni che portano a di­battiti anche aspri, si arriva al Terzo Congresso Provinciale [64].

Gli schieramenti politici sono ben definiti: da una parte coloro che non accettano il riformismo e il neofrontismo ma che non esprimono assolutamente chiare critiche alla linea politica del PCI cui guardano coti  una tata riverenza, rivendicando per il PSIUP una politica non più di movimento, ma capace di portare al superamento del partito minoritario e alla formazione di un vero e proprio partito di massa. Dall’altra coloro che non accettano il neo-frontismo, che criticano la linea politica del PCI definita riformista e pongono la loro fiducia nelle lotte operaie, nel movimento, senza alcuna delle illusioni parlamentari presenti nei primi (sebbene con sfumature che variano da militante a militante).

Nei primi è pressate la concezione vecchio-socialista del partito di massa, nei secondi questa concezione è del tutto superata con il limite di abbandonarsi trop­po alla spontaneità delle masse senza mai saperne racco­gliere risultati politici soddisfacenti, vagando nell’astrattezza, facendo dell’ operaismo.

Si va al Congresso provinciale con queste grosse divisioni interne, ma diversi sono i tentativi falliti di mediazione; si vive ormai in un clima pesante, nella più grande confusione: i militanti operai pagano maggiormente il prezzo di tale situazione non potendo fare riferimento nel partito, che tra i detti limiti, era pure un punto di riferimento politico . La mancanza di un impegno militante del PSIUP non è cosa di poco conto per lo stesso movimento operaio torinese per il quale aveva contribuito nelle lotte i anni precedenti seppure con successi e insuccessi. Il dibattito, durato due giorni, è molto serrato e a volte aspro e polemico. Solo qualche oratore si abbando­na anche all’attacco personale, mentre cè lo sforzo da parte di tutti di portare avanti, anche se criticamente e polemicamente, un dibattito sereno e tranquillo, nonostante la posta in gioco sia molto importante: si tratta di avviare il partito, a livello piemontese, al rinnovamento o alla liquidazione.

Alla fine del dibattito, durato due giorni, viene approvata una risoluzione che, come tutte le risoluzioni che devono mediare tra infinite sfumature di altrettanti numerosi personaggi, non rispecchia pienamente l’andamento del dibattito. Tale risoluzione viene approvata a grande maggioranza con la sola votazione contraria di un operaio-studente delegato al Congresso e l’astensione di pochi altri. Si tratta di votare su due risoluzioni (essendo stata rimandata alla riunione del direttivo di Federazione la soluzione della gestione politica della Federazione torinese): una risoluzione politica e una soluzione organizzativa per la gestione del partito a livello nazionale.   Nella risoluzione politica, che fa seguito alla relazione del segretario Ferraris (che non è presente a causa di non buone condizioni di salute per cui la relazione introduttiva viene letta da Bico Zeppetella) si afferma [65]che le lotte operaie hanno messo in crisi l’assetto sociale affermando la possibilità politica del movimento operaio; che le riforme devono essere ottenute attraverso l’azione diretta e l’iniziativa articolata costruita sui bisogni delle masse; che la realtà dei delegati e dei consigli non deve essere considerata come espressione del sindacato, ma deve svilupparsi come movimento politico di massa; che con il PCI bisogna stabilire un rapporto fondato sull’aperto confronto intorno alle divergenze strategiche e sulla verifica nell’ azione di massa; che nessuna linea politica è valida se non muta so­stanzialmente nel partito il rapporto con le masse scartando ogni ipotesi di area socialista”. In generale si tratta di un documento generico che sembra esprimere tutto con chiarezza, ma che invece non mette in evidenza le contraddizioni realmente esistenti all’interno del PSIUP torinese: sembra un documento di “sinistra” e di “destra” nello stesso tempo, non esprime assolutamente i problemi espressi invece dal dibattito, è – come sempre succede in occasioni ufficiali — una falsa fotografia della realtà. Da tale documento sembrerebbe che non esistano divergenze a livello di partito, ma ciò, come si è visto, è assolutamente vero! Tant’è che dopo il Congresso regionale, 240 militanti politici iscritti al PSIUP per la sola provincia di Torino, con ampie rappresentanze di settori operai escono dal Partito [66].

La traccia del documento di uscita dal PSIUP afferma che in questi mesi si punta a sconfiggere la classe operaia creando una società autoritaria e repressiva“. Si tratta della “società corporata o integrata” (verso la quale tendono tutte le società capitalistiche mature) fondata su un nuovo patto sociale tra le istituzioni sociali. Dinanzi a questa nuova tendenza non esistono - di­ce il documento – forze intese a contestare tali disegni. Il PCI ricerca un’intesa col grande capitale su una prospettiva di sviluppo della produttività e di raziona­lizzazione della società. Vi è dunque una sola esigenza – continua il documento – ed è quella “di unificazione delle masse che è la richiesta politica fondamentale nata nel Movimento“.

Anche perché la linea “riformista” taglia fuori il Sud d’Italia in quanto il sottosviluppo si configura in maniera nuova: esso è funzionale politica allo sviluppo. Davanti a tutte queste tendenze – secondo gli ex Psiuppini – si tratta di “ricollegarsi al ciclo di lotte del 68-70 per contribuire a rilanciare i contenuti e gli embrioni presenti a livello di massa”. Si dice, inoltre, che “l’esperienza dei movimenti politici di massa ha posto le basi del superamento della tradizionale divisione fra le lotte economiche e quelle politiche, mettendo in crisi la concezione della direzione politica come fat­to esterno alle masse“. “La classe operaia e le grandi masse hanno riscoperto – continua il documento – una nuova dimensione della politica come azione diretta di massa”, causando una crisi politica delle Istituzioni e degli stessi partiti e organizzazioni di classe .

Il PSIUP è stato investito anch’esso da tale crisi soprattutto perché il gruppo di dirigente vecchiettiano ha operato delle scelte subalterne alla “prospettiva riformista del PCI e del PSI e alla politica internazionale dellURSS, emarginando e isolando quelle non inconsistenti forze di base che, seppure in modo contraddittorio, lo hanno utilizzato come strumento in funzione della lotta politica di massa“. Si afferma, di poi, che alla crisi dei partiti è subentrata la politicizzazione del sindacato che diviene terreno di scontro politico essenziale.

Il documento conclude cosi ribadendo la continuità del metodo di lavoro, l’impegno militante e l’ipotesi strategica per la quale altri e noi in forme diverse abbiamo lavorato“; mettendo ancora una volta in evidenza che non è necessario per i militanti uscenti cercare un nuova organizzazione dove operare, ma che “il livello nuovo delle esperienze di fabbrica pone il problema di strumenti collettivi di verifica e di iniziativa politica, radicati in situazioni concrete. Per questo “occorre fare in modo che questi stru­menti collettivi possano aderire da un lato a tutti i problemi che si pongono in una condizione su cui costruire una elaborazione ed un’azione di massa, dall altro di rispondere ad un’esigenza politica di unificazione delle forze sociali nella lotta contro il sistema capitalistico” .

L’esperienza del PSIUP torinese si conclude così, anche se il partito di Torino, guidato da L. Libertini, continua a vivere preparando l’ affluenza dei militanti ri­masti, nel PCI e nel PSI, portando avanti una battaglia politica ormai perduta.

La storia della classe operaia è la storia della riconquista illusoria di autonomia ricostrui­re altre istituzioni politiche e ricominciare daccapo[67].

Per il PSIUP è stato proprio così: nato nel 1964 dalla scissione dal PSI, in quanto non accetta di entrare a far parte del governo di centro sinistra voluto da Pietro Nenni che mira costruire in Italia una nuova maggioranza capace di riformare il paese, il Psiup non si è prestato a tale disegno e giunge, dopo diversi scontri al suo interno, a preparare la scissione.

Il 13 luglio 1972 il IV e ultimo  Congresso del PSIUP delibera il proprio scioglimento e la contestuale confluenza nel Partito Comunista Italiano. La maggioranza dei suoi esponenti (tra cui L. Libertini, D. Valori, T. Vecchietti) ricomincia la propria attività politica nel Pci, mentre una minoranza riformista rappresentata da Giuseppe Avolio, Nicola Corretto e Vincenzo Gatto, ritorna nel Partito Socialista Italiano. Infine, una minoranza di sinistra, (tra cui Vittorio Foa, Silvano Miniati, Pino Ferraris) si dichiara per la continuità del partito fondando il “Nuovo PSIUP”, che qualche mese dopo[68] si fonde con Alternativa Socialista, costituendo il Partito di Unità Proletaria (PdUP). Il PSIUP di Torino ha fornito un contributo importante al dibattito e alla scissione dal PSI,(nel 1964) favorendola con l’affluenza massiccia di migliaia di militanti che avevano accolto la proposta scissionistica con entusiasmo, ma quellentusiasmo e l’ impegno profuso sono andati delusi.                     La storia del PSIUP di Torino è un esempio significativo della divisione e dell’eterogeneità esistente all’ interno del partito e rappresenta uno dei tanti caratteri di quello nazionale. II PSIUP, effettivamente, ha trovato espressione vera e originale, rispondendo ai mo­tivi che ne avevano giustificato la nascita soltanto a livello locale, ma anche a livello locale aveva mostrato i limiti che erano endogeni ad esso. La storia del Partito a Genova,Milano, Roma, Napoli o nei piccoli paesi è una storia che non risponde a nessuna linea generale; è diversa non solo perché diver­sa è la condizione geografica, ma perché manca una linea politica comune, complessiva e capace di riportare il particolare all’interno di un discorso più ampio che sia la caratteristica del Psiup a livello nazionale.

Il PSIUP di Torino non è l’esempio ideale cui bisogna riferirsi, come erroneamente si è fatto, per capire il partito nel suo complesso  e le sue caratteristiche a livello locale; esso rappresenta soltanto uno degli esempi. Di tutte le situazioni locali (tra ovvie diversità dovute alla presenza operaia, alla presenza di area industriale o meno…) si può individuare un comune denominatore: hanno espresso dei momenti politici molto im­portanti, mancanti però di una linea politica complessi­va cui fare riferimento a livello nazionale.

Il punto sta qui. Le federazioni e le sezioni del PSIUP prese lo­calmente hanno un significato, lo perdono all’ interno del partito a livello nazionale in quanto il partito è eteroge­neo, e il gruppo dirigente nazionale non ha mai saputo essere in grado di sintetizzare le affermazioni delle Federazioni locali e la loro attività politica in un’unica linea politica. Il fallimento del Psiup torinese va visto soprattutto sotto questo aspetto; se corretto di alcuni grossolani errori (il discorso vale per altre situazioni) avrebbe potuto essere parte ancora a lungo dello schieramento di classe in Italia.

In conclusione, diventa molto difficile ricondurre a unità la vicenda del PSIUP, come si è visto sempre molto magmatica,  e si può affermare che essa è parte delle tante occasioni perdute di una sinistra che avrebbe potuto essere diversa e migliore.

Salvatore Tripodi

Torino, 1 Maggio 2012 (40 anni dopo)


[1] 4 aprile 1960: il governo di F. Tambroni ottiene la fiducia anche con i voti del MSI, partito neofascista. (300 voti a favore su 593 votanti)

[2] Nel 1921 a Livorno nasce il Partito comunista(scissione dal PSI).

[3] 21 dicembre : 175 senatori votano la fiducia al nuovo governo, 111 sono i contrari.

[4] Tra i nomi più noti : Vittorio Foa, Lucio Libertini, Emilio Lussu, Alcide Malagugini, Francesco Cacciatore, Dario Valori, Silvano Miniati, Guido Biondi, Aristeo Biancolini, Daniele Protti, Dante Rossi, Mario Brunetti, Pino Ferraris, Elio Giovannini, Antonio Lettieri e Gastone Sclavi.

[5] Il Psiup alla Camera dei deputati, dove nel 1968 aveva ottenuto il 4,5%, raggiunge solo l’1,9% : passando da 1.414.043 a 648.368 elettori.

[6] Roma, dicembre 1965.

[7] Relazione del segretario, Mondo Nuovo, tipograf, Roma, 1964.

[8] I Trade Unions  sono le organizzazioni sindacali degli operai inglesi.

[9] Segretario nazionale dal 1964 al 1971.

[10] Segretario nazionale da ottobre 1971 a luglio 1972.

[11] Vita proletaria, 8 gennaio 1967, p.18.

[12] Relazione di P. Ferraris al III Congresso provinciale torinese, marzo 1971.

[13] AAVV, Sinistra e controllo operaio,Ed. Feltrinelli, 1970.

[14] Relazione di T. Vecchietti al  II Congresso Nazionale, Napoli, dicembre’68.

[15] Astrolabio, 1969, citazione della relazione di P. Ferraris al 3° Congresso

Provinciale di Torino.

[16] Per un movimento politico di massa, p. 9, Ed. Musolini, Torino , 1969.

[17] Per un movimento politico di massa,op. cit., p. 8.

[18] Op. cit.,p.12, Per un movimento politico di massa.

[19] R.Luxemburg, Scritti politici, ed. Riuniti, p.386 (a cura di Lelio Basso).

[20] Mondo Nuovo, 1 gennaio 1967, p.7.

[21] Rassegna sindacale, 1 maggio 1967.

[22] 20-22 ottobre 1967.

[23] Luglio 1968.

[24] 29 dicembre 1967.

[25] Op.cit., p. 41.

[26] Gennaio 1968.

[27] Op. cit. , p. 56.

[28] Nota introduttiva alla prima raccolta del Materiale di lavoro politico alla Fiat , marzo 1968.

[29] Supplemento a n.6 Vita proletaria, Torino, giugno 1969.

[30] Vita proletaria, n.11, novembre 1968.

[31]  Vita proletaria,n.5, 1 maggio 1969, p.3.

[32] Vignola, Il risveglio del mezzogiorno, in Problemi del socialismo, n.39,  p.285.

[33] Relazione di Guido Bolaffi (Piusp di Roma) a Tropea,agosto 1969.

[34] La Stampa, 27 luglio 1969, p.5.

[35] Mondo Nuovo, p.11, 19 ottobre 1969.

[36] La strage di stato, Samonà e Savelli, Roma, 1970 , 5^ edizione, p. 27.

[37] Ibidem, p. 26.

[38] Dopo tanti processi non sono stati puniti né colpevoli né mandanti.

[39] La strage di Stato, op. cit.

[40] Appunti sulle lotte, settembre 1969, in Il partito e le lotte, pp.6-7.

[41] Appunti sulle lotte si settembre 1969 in Il partito e le lotte, pp.9-12.

[42] Vita proletaria, gennaio 1970, p.1.

[43] Vita proletaria, gennaio 1970, p.2

[44] 24 e 25 gennaio 1970.

[45] Vita proletaria, Note sul convegno regionale, febbraio 1970, p.1-2.

[46] Vita proletaria, Note sul convegno regionale, febbraio 1970, p.3-4.

[47] Dalle lotte al potere,marzo 1970, p.1

[48] 7 giugno 1970.

[49] Il Psiup alle Elezioni politiche del 1968 ottiene il 4,5% di voti (1.414.043);

alle elezioni regionali del 1970 ottiene il 3,2% , mentre alle Politiche del

1972  ottiene soltanto l’1,9% (648.368 voti).

[50] Mondo nuovo, 6 settembre 1970, p.3.

[51] 27-30 agosto 1970: Emilio Gabaglio lancia l’ ipotesi socialista delle Acli.

[52] Mondo nuovo, 13 settembre 1970, p.3.

[53] Mondo nuovo, 27 settembre 1970.(inserzione interna)

[54] Stampa rossa,organo di controinformazione del Psiup torinese.

[55] Settembre 1970.

[56] Problemi del socialismo, lugio-agosto 1969, n.41, pag.651.

[57] 19 settembre 1970.

[58] Stampa rossa, 13 dicembre 1970.

[59] La Stampa, 13 dicembre 1970.

[60] Gennaio 1971.

[61] Marzo 1971.

[62] Comitato Direttivo, Torino, 8  febbraio 1971, pag. 1.

[63] Vita proletaria, 31 gennaio 1971.

[64] Torino, marzo 1971,Teatro Gobetti.

[65] Terzo congresso provinciale del Psiup piemontese, risoluzione finale.

[66] Gli studenti hanno già abbandonato il partito e si ritrovano presso il

Centro antimperialista, prima, e nella “Sinistra studentesca”, poi.

[67] Giovane critica, inverno 1971, p.61, “La base di partenza di Panzieri”,  a cura di Clemente Ciocchetti, Franco Ramella e Bico Zeppetella.

[68] Dicembre 1972.

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