Il mio Pino Ferraris

Scritto da Fabrizio Fassio subito dopo la notizia della morte dell’amico Pino appresa quando era in Brasile.

Difficile misurare gli affetti e ancora più difficile è dare una dimensione alla stima. Forse inutile. Ma affetto e stima sono le due componenti che hanno caratterizzato la mia relazione con Pino.

Affetto profondo e grato per la spirale di ricordi che i racconti di Pino estraevano dalla mia memoria lontana e alle mie più vicine curiosità.

Pino era fragile e irruento. Passionale e dedito sistematicamente ad una microfisica dell’analisi sociale, politica ed anche scientifica.

Pino è per me ancora presente perchè rimane come punto di confronto, contraddizione e modello.

Il suo spazio di interesse era largo. Ma su tutto aveva la passione di ricollegare storie operaie e contadine, alla capacità degli artigiani, alla musica colta e rurale, alla trasmissione della cultura popolare,  alle lotte di liberazione.

Era alla ricerca delle infinite vie della curiosità. Lo stupore come primo effetto nella quotidiana  ricerca nella realtà che sfugge. Segno anche di sempre nuove ipotesi di sviluppo individuale e sociale.

Un altro comportamento di Pino mi è di guida. Percorsi più che soluzioni. Come dice il poeta: “Caminante no hay camino,se hace camino al andar…” In questo era poco identificabile come politico dell’oggi, ma dava orientamenti per i domani possibili.

Dal cinema di Ozu alla potenzialità del software, dalle culture del terzo mondo alla nascita dell’omeopatia, dall’indagare le radici della religione cristiana all’ origine del movimento socialista.

Ma quello che appassionava di più era ascoltarlo raccontare. La sua voce. Roca, lenta, profonda come la sua cultura. Quando parlava di come i contadini,  in inverno,  nelle stalle, si tramandavano cultura, storia, pratiche, leggende. Esercizio supremo per la sopravvivenza e la costruzione di un sé collettivo.

Nel calore del fiato delle bestie e nell’odore dei liquami le facce segnate dalla fatica si impegnavano in discussioni e racconti recuperando quella parte di socialità e quella grande porzione di cultura che il lavoro nei campi negava durante il giorno. Quasi una foto in bianco nero di una epopea di duemila anni: una civiltà in evoluzione malgrado o, per meglio dire per merito, di una povertà estrema.

E’ emblematico che molti politici di sinistra lo considerassero fuori moda, fuori posto, fuori serie. Disturbava, la loro oramai dimostrata perdente, realpolitik. Grave colpa. Irrimediabile ora. Come constatiamo.

La domanda è: perchè Pino Ferraris non è stato conosciuto e ri-conosciuto come un maestro ? Da tutta Italia e in Europa ? Perché, come si direbbe ora, non è diventato famoso?

Eppure Pino teneva molto al rispetto personale, reciproco,  al di là delle differenze di opinione.  Gentile, disponibile, dai gesti minuti, ma dalla determinatezza  e articolazione delle sue asserzioni. La sua personalità era forte e fragile al tempo stesso. Ma veniva fuori una persona unica e  di valore. E anche un personaggio da ascoltare, seguire, ringraziare di esserci. Tante le ipotesi di ricerca che scovava e con fatica verificava.  Altrettante attività con cui appassionare lettori, ricercatori, militanti, cittadini, imprenditori, progettisti.

Questo non è stato sufficientemente. Questo è anche il mio dolore per la mancanza, anche da parte mia, di non aver potuto e saputo svolgere quella  forza di promozione e mediazione che poteva essergli da sprone e riconoscimento sociale.

Egualmente gli sono stato amico sincero. Ogni incontro una festa del cuore e del cervello.

Memorie di storie comuni.  Dalle lotte sull’organizzazione del lavoro in IBM a Roma, Milano, Torino, allo studio alle origini della medicina moderna, dal saggio sulle rappresentazione pubblicitarie del mito della tecnologia come nuova epopea americana, al libro di parole chiave sulle reti tecnologiche e sociali.

Ma su tutto il viaggio in automobile assieme nel 1989. L’ occasione storica: la caduta del muro di Berlino.

Ritorno alle origini delle passioni e degli studi sulla chiusura di un epoca . Vedevo nei suoi occhi e nelle sue parole la dedizione a quel mondo popolare e contadino che aveva  delegato il suo riscatto a quel deforme corpo politico-burocratico-militare che era  l’URSS e i suoi paesi satelliti. Pur essendo sempre stato un aspro critico dello stalinismo e del socialismo reale Pino si sentiva parte di quelle masse proletarie che avevano affidato un compito così immane ad un potere che era divenuto anno dopo anno militar burocratico e antipopolare.

Il suo socialismo libertario era   contagioso. Era cosciente che serviva un continuo e comune lavoro, di analisi e comprensione.  Nel nostro ultimo incontro discutemmo sul libro di Sennett “l’uomo artigiano” che ci appariva come una critica alla analisi superficiale che la sinistra aveva fatto del lavoro manuale.

Il suo impegno, molto attuale,  era capire meglio, analizzare e trasferire storia e conoscenza alla maggior parte delle persone che avevano curiosità,  passione, entusiasmo. E lo sapeva fare benissimo.

Intellettuali e politici italiani erano sempre altrove rispetto alla sua bussola.  Pino andava avanti prendendo spunto dalla memoria sua e dei suoi pochi ed eccezionali amici: Foa, Tridente, Peter Kammerer, Vittorio Capecchi. Con cui continuava a dialogare , costruire , legare il lungo passato dell’uomo sociale con l’attualità politica più avanzata.

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