LA LEZIONE DI PINO FERRARIS DI DINO BARRERA

San Germano Vercellese, 6 febbraio 2012.

Pino Ferraris era di quelle rare persone che rivolgono il proprio sguardo, l’impegno, il cuore ed il pensiero direttamente nel futuro.

Questo atteggiamento mentale ha un costo che Pino,  e quelli come lui, oltre ad esserne coscienti sono disposti a pagare. E’ la generosità di un animo umano che usa e vive l’utopia, non per crogiolarvisi o, peggio, per collocarsi in rendite di posizione intellettuali, ma per cambiare il mondo con l’impegno diretto.

Ogni atto, ogni azione, ogni azione e riflessione, in lui, è rivolta in quel solo senso : cambiare e migliorare il mondo, le relazioni sociali ed umane, battere le ingiustizie, i soprusi, i limiti imposti materiali ed intellettuali, dimostrare che gli ultimi possono riscattare la propria vita e l’umanità, non come promessa o speranza ma come risultato  di un lavoro mentale e verifica  sociale sul campo .

Per le ragioni che derivano dal suo percorso di vita, quindi, il vuoto che lascia, non è solo quello lasciato dall’opera sua, grande, nella storia contemporanea del nostro singolare paese, ma il vuoto che resta, l’impronta altrettanto grande, con cui avrebbe segnato il futuro, con cui si preparava, nella modestia eccessiva sua, ad intervenire. Anzi, aveva già iniziato.

Infatti nell’incontro “casuale” che ho avuto con lui, a fine maggio, all’Assemblea fondativa della Costituente ecologista a Roma, dopo almeno un decennio di distanza mi ha fatto toccare con mano non solo quanto affermato, ma che il percorso personale parallelo che ognuno di noi aveva compiuto, ma anche quello  naturale, storico, dell’operaismo italiano, conduce  verso l’Ecologia politica.

Quello che io pensavo un percorso singolare, in quel fitto colloquio, durato almeno 2 ore, nei corridoi di quel teatro si confermava , con Pino Ferraris, un percorso storicamente validato, un percorso collettivo praticabile.

Se, in Italia, negli anni ’70, sono nati e vissuti i Consigli operai, nella forma che si è conosciuta e riconosciuta, se il sindacato ha vissuto una lunga parentesi di socialità, innovazione sociale e vera rappresentanza del cambiamento, non solo degli interessi di categoria sociale, questo lo si deve, in gran parte, a Pino Ferraris, alla sua disciplina di studio e di critica, al suo impegno ed al suo lavoro politico.

La sua capacità di mettere in relazione società, scienza, intelligenza, culture e utopie, di trasformarle in proposte e strumenti concreti di innovazione sociale, di riscatto, credo di poter affermare, senza timore di essere smentito, erano uniche : pratica concreta di emancipazione di una classe per l’emancipazione dell’intera umanità.

Il pensiero scientifico, quello biologico, le scienze sociali ed economiche sulle cui relazioni e contraddizioni  Pino, da sempre,  misurava e ricostruiva  gli strumenti teorici critici da fornire ai protagonisti delle dinamiche sociali, finalmente trovavano ora, nella loro origine e motivazione, lo scopo di servizio alla vita nel suo complesso e dell’umanità per rispondere anche a quella parziale e puntuta emancipazione di Classe. Anzi era proprio sull’intelligenza liberata dalla Classe Operaia che si dipanava la nuova, urgente ed adeguata cultura politica capace di offrire una prospettiva di futuro. Insomma il materialismo scientifico di marxiana origine  obbligava l’intelligenza sociale, prima ad un contratto ambientale e poi ad un contratto sociale. Il viceversa, su cui si erano adagiate le culture politiche tutte della sinistra storica, non regge più.

Da Chernobyl in poi, ci siamo detti all’unisono in quel colloquio, si sono ribaltati i paradigmi che sostenevano le scienze sociali che hanno messo, sempre, al centro del loro essere, l’economia.

L’Ecologia si impone quindi, non come vincolo ma come approccio fondativo e regolatore per ogni teoria sociale e politica capace di futuro,  definendo le invarianti di un sistema complesso e delle sue architetture storicamente definite: la morfologia del concreto globo terracqueo.

Questa è l’Ecologia politica, in partenza,  basata su due semplici pilastri: l’intangibilità del bene ambiente e dei diritti umani, ma destinata a dipanarsi su tecniche sociali e di governo del bene pubblico concreto riconosciuto da tutta l’umanità come bene intangibile che il processo di globalizzazione dell’economia rende evidente e che non può ignorare, pena il proprio suicidio storico e fisico.

Infatti abbiamo citato le analisi di socialisti come Anthony Giddens, oltreché dei liberali più acuti di scuola anglosassone, o degli anarchici naturalisti precursori, come Eliseo Reclus, e gli errori di idealismo del pensiero politico occidentale, gli scritti di Alex Langer… Ma anche gli ultimi articoli più recenti e non meno acuti di Guido Viale, di Adriano Sofri, Marco Boato.

Dicevamo divertiti “ E’ sorprendente come si sia convertito l’Operaismo all’Ecologia Politica e come,resista invece l’industrialismo nel Movimento Operaio. E’ il segno tangibile che un certo Operaismo era davvero umanitario”. Non era mai corporativo né esclusivamente sindacale o economicista. Fondava nell’emancipazione operaia l’emancipazione dell’umanità. Da qui l’internazionalismo non strumentale, sempre presente e attento alle idee operaie e ai movimenti di liberazione del terzo mondo.

Il dispiacere, che per lui era grande, era dovuto al fatto che CGIL e FIOM fossero finiti su di un binario morto: senza prospettive nel ruolo tradizionale di sindacato contrattualistico, ma anche senza capacità di individuare un ruolo innovativo adeguato  e di prospettiva. Bloccati proprio dall’incapacità di un’analisi complessiva, essendo venuta a decadere una aspettativa “rivoluzionaria”, di cambiamento dei rapporti sociali, e incapace di prefigurare un nuovo orizzonte sociale per tutti i lavoratori. La sola difesa, l’ennesima difesa, se pur sacrosanta,  resta tale e non fornisce nuove  idealità, non prefigura il merito di un riscatto.

Senza politica, senza sindacato e quindi una sinistra senza prospettive né per sé né per la società ed il paese lo addoloravano. Un capitolo chiuso nella storia del nostro paese e non solo.

Occorreva, concludeva, aprirne uno nuovo. Completamente nuovo, senza attardarsi in ricostruzioni sul come era andata….Una vera, radicale, Mossa del Cavallo.

Per questo abbiamo concordato sull’esigenza di aprire una riflessione a Torino, sulla Fiat, su Mirafiori in particolare, e sulla conversione industriale di un oggetto concreto: il più grande stabilimento industriale d’Italia, quello che ha fatto la storia contemporanea di questo paese.

Non ci siamo  riusciti, perché io ho tardato e Pino si è sottratto contro la sua volontà.

Ho voluto raccontare questo colloquio perché il vuoto che lascia Pino Ferraris nella storia di quel monumento di fine secolo che chiamiamo Movimento Operaio, e più in specifico, quella cultura politica singolare, molto torinese ma anche internazionale, definita Operaismo, che ha trovato la sua origine nei Cahiers de Mai e nei Quaderni Rossi, di Raniero Panzieri e Giovanni Pirelli, Dario e Liliana Lanzardo, Vittorio Rieser, Gabriella Venturini, Guido Viale,  Massimo Vetere, Romano Alquati, Romolo Gobbi,  da Pino stesso, che ha costruito un nucleo di intellettuali davvero “rivoluzionari” nel senso etimologico di questo termine, questo vuoto dicevo,andrà riempito dagli storici e dai testimoni contemporanei e del tempo.

A noi, amici e giovani militanti del tempo e di quelle idee, presenti o meno, resta invece il compito di tentare di riempire il vuoto, l’impronta nel futuro che Pino era pronto a calcare, con una nuova stagione di vita intellettuale che, ho scoperto custodisse, in disciplinato ascolto, dopo almeno un decennio, nella fila di mezzo di un teatro di Roma ove nascevano gli Ecologisti,civici-Verdi Europei, a fine maggio del 2011.

Vorrei ancora rammentare  alcuni episodi peculiari, per me, ma non solo, che hanno segnato la sua e la nostra vita e che lo hanno visto protagonista.

Ho incontrato il vigore intellettuale e politico di Pino all’Assemblea torinese di fondazione dello PSIUP al Teatro dedicato a Piero Gobetti. Una scelta ed un nome non certo casuali.

Ho ascoltato quel magnifico discorso particolarmente accalorato, più ancora del suo solito, insieme ad una moltitudine di giovani operai, studenti , quadri di fabbrica, giovani intellettuali, sindacalisti.

Erano quelli che si erano allontanati dal PCI, dal PSI di propria volontà o meno, quelli che formavano i collettivi studenteschi, quelli che stimolavano le prime lotte operaie a Lingotto, Mirafiori, Spa Centro e Grandi Motori Fiat, che studiavano le trasformazioni del lavoro, della fabbrica e del ruolo del sindacato.

Per me, a cui si paventava la scelta concreta di scegliere tra la militanza sindacale di professione ed un percorso libero, intellettuale e militante, quel discorso fu dirimente. Quel discorso era un inno alla libertà ed alla possibilità di una emancipazione attraverso lo studio e l’impegno politico indipendente. Distinsi per sempre lo stomaco, e le sue necessità, dalla testa, e le sue possibilità. L’impegno divenne un imperativo da esercitare in libertà.

Una vera sferzata intellettuale me la fornì una sua frase magistrale che ricordo a memoria e che mi ha guidato tutta la vita, sino ad oggi : “ ..Non possiamo presentarci di fronte al fortino merlato del Capitalismo con il nostro variegato esercito, con le sole insegne  consunte dalle lotte e armati delle proprie, agguerrite, sciabole di latta…”.

Seguiva, ovviamente, un invito all’inchiesta, all’analisi, allo studio, alla dotazione di strumenti intellettuali, politici e organizzativi adeguati ma mai in forma isolata,da aristocratici o da burocrati.

Coglieva appieno l’umore di quella platea ancora frastornata dal dualismo tra movimento studentesco, movimento operaio, tra lotte autonome e movimento sindacale, tra vecchie ideologie e nuove intellettualità. Era questa la sua marca che lo ha guidato negli anni successivi e che ha fatto di lui una personalità unitaria e rivoluzionaria nel contempo.

Poi seguì lo PSIUP e la sua storica sede in via Po n°5 che lo vide segretario più che di un sede di partito di una sede aperta a tutti, un punto di riferimento cittadino e sociale. Convenivano collettivi studenteschi e riunioni operaie, le mille anime giovanili che si erano infatuate delle svariate correnti del marxismo,  che lui amava mescolare e mettere al confronto per battere i dogmatismi e la paura del confronto sul concreto. Era una specie di riunione continua, plurale, senza pretese se non quella, non da poco, che la discussione progredisse. Quando si incagliava interveniva lui o qualche supporto di persone più mature politicamente. Senza imposizioni.

Lì tutti conoscemmo Giacomo Dina, Gianni Alasia, Bico Zeppetella, Domenico Carpanini, Pierracini, Beppe Fenoglio, Marcello Robutti, Massimo Rossi, Clemente Ciocchetti, Franco Ramella, i giovani sindacalisti come Paolo Franco e Renato Lattes, i giovani studenti come Emilio Bongiovanni, Fulvio Ferrario, Tancio Gastaldi, Brignolo e decine e decine  di altri che sarebbe utile ricordare.

Ricordo in particolare le discussioni sulla “compatibilità”, sul “nuovo modello di sviluppo”, sull’imperialismo, sul sindacato americano, sulla sinistra sindacale che lì si formò e diede vita al sindacato dei Consigli operai e sindacali.

Fu allora che si aprì, al n° 7 di via Po la sede di Lotta Continua, un’altra opzione politica e forma  militante, con cui sempre ci fu un rapporto serrato. Ma questa è un’altra storia.

Una storia che a Torino si sviluppa davvero con la posizione errata sui Fatti di Praga da parte dello PSIUP nazionale e con la sua sconfitta elettorale. Quelle sconfitte, da Movimento di operai e studenti, furono interpretate come inutilità, o quasi, del sindacato e della presenza istituzionale. Pino ne sofferse profondamente, una ipotesi politica vacillò e molti, i giovani quadri operai e studenteschi, in particolare si spostarono man mano nel portone successivo, il n° 7 di via Po, prima sede di Lotta Continua, e poi in c.so San Maurizio 27 sino allo scioglimento del movimento nel ’76.

Altri come Alquati, Gobbi, Tronti, Magnaghi e Negri si erano rivolti alla cultura dell’Autonomia operaia con diverse posizioni con la rivista Classe che già a suo tempo si era differenziata dal nucleo storico dei Quaderni Rossi.

Chiudo con il ricordo personale di un luogo molto caro a Pino Ferraris : Chamoix , un piccolo villaggio alpino in Val Tournanche, una Valle traversa della Val d’Aosta. Un villaggio ove amava trascorrere qualche tempo con la famiglia, i figli, quasi a riscattarsi per il tempo a loro sottratto. Anche lì però non disdegnava incontri e discussioni con abitanti, soggiornanti, amici che passavano a trovarlo per confrontarsi ancora.

Chamoix ha una caratteristica peculiare : è un villaggio senza auto. Si raggiunge solo in funivia ed è un balcone sulle Alpi. Per lui era più di una metafora e una liberazione.

Mi sono recato più volte, in gita di un giorno, con il fine di intercettarlo per una discussione delle nostre, senza mai riuscirci. Andrò ancora, certo di incontrare la sua vivacità, in quell’aria fresca, nel ricordo di un uomo straordinario che ha dato molto a questo strambo paese, senza chiedere nulla, anzi rifiutando ruoli di potere che non riteneva utili.

I Consigli Operai sono stati il suo Capolavoro, come le prove di officina richieste all’aristocrazia operaia ormai perduta nella Storia, di cui Pino ne aveva colto i limiti senza demonizzarla ma costruendo un ponte verso l’avvenire con l’operaio immigrato, la ribellione dei giovani studenti, i sindacalisti innovativi. In questo Paese strano e scamiciato ed in quel periodo difficile, tutto ciò non è cosa di poco conto  sul piano della Storia Contemporanea.

Dino Barrera

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