La lezione di Pino Ferraris. Di Luigi Monti da gliasinirivista.org

È morto giovedì scorso nella sua casa di Roma Pino Ferraris, sociologo, politologo e storico del movimento operaio e socialista. Pino è mancato proprio nel momento in cui la generazione di operatori e educatori della rete di cui Gli Asini fanno parte aveva con insistenza cercato e ottenuto da lui un confronto su alcuni dei temi che agitano (o dovrebbero agitare) il mondo dell’intervento sociale

Prima che in carne e ossa, l’incontro era avvenuto grazie alla riedizione di alcuni suoi scritti sul movimento operaio delle origini, Ieri e domani, per le edizioni dell’Asino, che su molti di noi, quasi all’oscuro di quel pezzo di storia, aveva esercitato un fascino inaspettato, visto il taglio erudito e accademico delle occasioni in cui erano stati redatti, e generato tutto dalla forza delle idee e dalla luminosità delle figure e delle esperienze che in quelle pagine aveva saputo evocare. Osvaldo Gnocchi-Viani, la Società umanitaria, il sindacalismo belga di fine Ottocento, il movimento luddista o l’owenismo: leggendo le pagine di Ieri e domani improvvisamente salta agli occhi come la storiografia socialista tradizionale abbia, più o meno consapevolmente, lasciato in ombra una tradizione “altra” che avrebbe potuto imprimere alla storia europea un’evoluzione molto diversa da quella che poi è sfociata nei nazionalismi e nei totalitarismi che hanno insanguinato il continente per mezzo secolo e impiantato un seme di violenza nella sua cultura per un tempo ben più lungo.

Nel libro Pino analizza “quel grandioso movimento politico e sociale che, dalla metà dell’Ottocento al 1920 ha generato il possente antagonismo sociale, culturale e la grande ondata associativa e democratica che hanno segnato la storia dell’Europa contemporanea”. Ciò che prevale nella fase iniziale dell’associazionismo operaio e tema centrale del libro (ciò che più ha attirato la nostra attenzione anche in relazione alle domande che “il sociale” si dovrebbe porre di fronte alla crisi di questi mesi) è l’elemento della mutualità, ovvero del reciproco soccorso ogni volta che difficoltà della vita impedivano agli associati di rispondere autonomamente ai propri bisogni e alle proprie necessità. Le associazioni mutualistiche erano sostanzialmente di due tipi: le “società di mutuo soccorso” che assistevano i soci di fronte ai rischi della disoccupazione, dell’infortunio, della malattia, della vecchiaia e della morte e le “cooperative” che difendevano il lavoratore dalla speculazione sui beni di consumo e che promuovono risposte alla mancanza di lavoro.

L’elemento della “resistenza” – cioè del conflitto rivendicativo di fabbrica sul salario, gli orari, la condizione del lavoro – per quanto centrale, veniva dopo e si innestava alla solidarietà mutualistica. “Il mutualismo è un associazionismo per, esprime una solidarietà positiva: esso non rivendica verso l’alto, tende invece a realizzare nel basso l’obiettivo… Quando nel movimento operaio prevaleva la coppia mutualità/resistenza si realizzava un bilanciamento tra solidarietà positive e solidarietà negative e un intreccio tra azioni di lotta nel lavoro e interventi di tutela negli ambiti di vita.” (p. 161) Entusiasmanti sono a questo proposito, per il soffio libertario che vi si respira, le pagine in cui tratteggia a rapide pennellate la forma che prese questa idea di solidarietà in alcuni degli strumenti che il movimento operaio seppe inventare nella seconda metà dell’Ottocento: Società di mutuo soccorso, Leghe di resistenza, Case del popolo e Camere del lavoro, Università popolari e Movimento cooperativo, Confederazioni sindacali.

Ferraris critica con fermezza la versione fortemente ideologizzata della storiografia (ufficiale) del movimento operaio secondo la quale il movimento sarebbe passato da un’“infanzia” mutualistica a una fase “giovanile” di combattiva resistenza, per giungere alla piena maturità del partito politico socialista e del moderno sindacalismo economico. Il momento dell’autogestione mutualistica è strettamente intrecciato alla lotta rivendicativa, non si tratta di due fasi distinte e men che meno la prima fase del movimento rappresenterebbe un’ingenua battaglia di arretramento rispetto alle conquiste più avanzate e “di diritto” del partito o dei sindacati socialisti. Non siamo semplicemente di fronte a due posizioni storiografiche diverse, ma a due visioni politiche molto lontane una dall’altra. Anzi, la conclusione fermissima di Ferraris è che se un insegnamento dalla parabola evolutiva di questa storia è necessario trarlo, soprattutto alla luce di quello che il ‘900 ha prodotto (in termini di violenza) e che i movimenti sociali a cavallo del millennio hanno ereditato (in termini di incapacità di reazione), è che adombrando lo spirito di autogestione e di cooperazione del primo movimento operaio a vantaggio della spinta alla burocratizzazione e alla gerarchizzazione, il socialismo sarà forse diventato il più influente partito del ‘900 ma al prezzo però di una perdita costante e oggi definitiva della sua capacità di mediazione tra la politica e la società, e dell’iniziativa innovativa di fronte alla metamorfosi del sociale. Non si spiegherebbe in altro modo la scomparsa della prospettiva socialista dall’orizzonte politico europeo proprio nel momento in cui da una parte laburisti e socialdemocratici sono diventati, ciclicamente, forza di governo in tutto il continente e dall’altra problemi di giustizia distributiva e diritto del lavoro si potrebbero riaffacciare presto con un drammaticità non così dissimile da quella di fine Ottocento.

È questo snodo storico e sociale che chiude un secolo e ne apre un altro che Pino individuava come passaggio determinante nella storia del movimento. Nell’ultimo quarto del 1800 infatti e nei primi anni del 1900 l’Europa è percorsa da un intenso processo di democratizzazione, di mobilitazione collettiva e di associazionismo dentro la società civile. Ma proprio questo processo “attiva una controtendenza, una ‘nuova politica’ delle classi dirigenti tesa a diffondere nella società civile un’articolata e rinnovata presenza d’ordine e di autorità politiche, come momento costitutivo e fondante dell’‘integrazione’ sociale, tendenza che potremmo chiamare della ‘statualizzazione’ della società, la quale in sostanza si manifesta come regolazione burocratica e statualmente dipendente di rapporti ‘civili’ e ‘privati’ che fanno parte di ambiti diversi rispetto allo Stato.

All’interno di questo contradditorio contesto si sperimentano percorsi diversi, opposti e tuttavia molto intrecciati e collegati tra di loro. Da un lato abbiamo processi verso un miglioramento sociale attivamente perseguito tramite le solidarietà e il conflitto nella società civile, facendo leva su una tensione di liberazione politica autonoma dall’intervento statale. Dall’altro lato avanza la proposta di una ‘garantita’ via statale di riforma delle condizioni di vita, che risparmia mobilitazione sociale, sollecita la delega e comprime la libertà attiva del ‘far da sé’”. (p. 49)

Alla coppia mutualità/resistenza che caratterizza l’associazionismo di fine Ottocento si sostituisce il binomio sindacato economico/partito politico che definirà l’organizzazione politica di tutto il Novecento. Quello che Ferraris contesta alla storiografia socialista tradizionale è di leggere questo passaggio come un processo di maturazione, un’evoluzione progressiva. Al contrario “in esso si realizza una complicata commistione di perdite e guadagni, di progresso e regresso… Volendo ricordare l’ambiguità che segna la nascita dello Stato assistenziale si può ricordare che la palma indiscussa di precursore della ‘statizzazione della mutualità’ spetta al cancelliere Bismarck, il quale mentre tra il 1883 e il 1888 introduce il sistema di previdenza sociale per la malattia, gli infortuni, l’invalidità e la vecchiaia, contemporaneamente mette fuorilegge il partito socialista e scatena la repressione statale contro i sindacati tedeschi.” (p. 31)

Un assunto, quello dello Stato assistenziale, che difficilmente oggi siamo disposti anche solo a sottoporre ad analisi e critica, incapaci per questo di vederne limiti e esigenze di cambiamento. La “statizzazione della mutualità” avvenuta anche e soprattutto grazie alle pressioni del movimento sindacale e socialista attraverso la costruzione di quello che oggi chiamiamo welfare State sebbene rappresenti una conquista dagli irrinunciabili guadagni (in termini di giustizia redistributiva) rivela anche, alla luce della ricostruzione che ne fa Ferraris, perdite culturali e sociali altrettanto fondamentali (di cui forse proprio oggi stiamo vivendo gli effetti ultimi: come un’incapacità ormai “antropologica” di reagire alle situazioni di crisi, di inventarci strumenti e linguaggi nuovi di protesta e di lotta, nonché modi per affrontare, con un certo livello di umanità, efficacia e autonomia, i bisogni e le necessità delle comunità a cui apparteniamo).

“In generale si può affermare che nel movimento operaio, la dimensione territoriale diventa sempre più il campo riservato e il luogo di insediamento del partito politico: un insediamento, però, che si costruisce aderendo alle strutture amministrative dello Stato in funzione elettorale (collegi, mandamenti, province, regioni) secondo una logica che non ha più nulla a che vedere con quella varietà e complessità dell’associazionismo ottocentesco che esprimeva le forme della diretta articolazione della società civile”. Il corsivo è mio e serve a sottolineare uno dei punti cardine della critica di Ferraris: in quegli anni non era in ballo un’astratta alternativa ideologica tra democrazia diretta e democrazia rappresentativa, ma si decideva della possibilità o meno di sfuggire a quel disinnesto dell’esperienza democratica di massa che Macpherson chiama “l’addomesticamento dei diritti democratici”. “Quei tentativi sconfitti si rovesceranno in una tendenza dominante nel movimento operaio, volta a cercare le compatibilità attraverso lo scambio tra distribuzione di sicurezze e mitigazione delle libertà prefigurando quello che sarà poi il modello vincente di compromesso tra una democrazia minima e una redistribuzione consumistica massima.” (p. 61) Il fine dell’attività del sindacato, scrive Mcpherson, diventa quello di migliorare e proteggere lo stile e il livello di vita dei suoi membri e non di dare ai lavoratori un’esperienza di autogoverno. Nell’ultimo capitolo del libro risulta evidente l’urgenza che si percepisce in realtà in tutte le pagine precedenti, ovvero il desiderio di collegare la storia del movimento operaio (e le forme di organizzazione che si è dato) ai raggruppamenti sociali impegnati oggi nella sperimentazione di nuove pratiche sociali, in iniziative di economia solidale e in esperienze di neomutualismo e auto-aiuto. È a questo coacervo di forze, non sempre lucide, non sempre cristalline, che Ferraris guardava negli ultimi anni con sguardo critico e partecipe. È in un certo senso a loro che il suo lavoro di ricerca è rivolto.

Ieri e domani non testimonia una ricerca storiografica “pura”. È il rapporto tra società e politica che interessava, in ultima istanza, a Pino, e la ricerca di nuove forme di associazione politica. Una cosa su cui non si dava pace, ci aveva confessato in più di un’occasione, e che probabilmente sarebbe diventata l’oggetto delle sue future ricerche, era l’incapacità di reazione e di invenzione politica della società civile e del mondo dell’intervento sociale. Nel silenzio o nell’inefficacia dell’iniziativa civile e politica di fronte alle minacce che incombono sulle condizioni primarie (ecologiche, culturali, economiche) della nostra esistenza, Pino aveva iniziato a guardare con occhio critico e cuore appassionato il risveglio, ora improvviso e radicale, ora carsico, ora anchilosato, dei movimenti giovanili di mezzo mondo che contrapponeva idealmente ai movimenti di massa, populisti e violenti, che dopo sessant’anni, ci disse con preoccupazione in una delle ultime conversazioni, si potrebbero coagulare nuovamente sul territorio europeo.

Luigi Monti da gliasinirivista.org

09/02/2012

Lascia un Commento