Mariuccia Salvati: L’attualità del socialismo di ieri secondo Pino Ferraris

Controlacrisi.org continua a ricordare il compagno Pino Ferraris. La scomparsa di Pino ci ha privato di un interlocutore e un punto di riferimento assai prezioso. Vi proponiamo la bella recensione dell’ultimo libro di Pino uscita sul numero di febbraio della rivista Lo Straniero diretta da Goffredo Fofi. In coda trovate il link a una registrazione di un intervento di Pino in cui riassumeva il senso profondamento politico del suo lavoro storiografico.

Partiamo dal titolo, Ieri e domani. Storia critica del movimento operaio e socialista ed emancipazione dal presente, (Edizioni dell’Asino). Un titolo che richiama una traccia di lavoro di Vittorio Foa citata nell’introduzione: l’invito cioè – in tempi di amnesie e rimozioni, di nodi politici e sociali che urgono nel presente – a “sciogliere le ideologie nella storiografia”. È ciò che aveva fatto lo stesso Foa con La Gerusalemme rimandata. Domande di oggi agli inglesi del primo Novecento di cui Ferraris ha ripercorso la genesi nella nuova introduzione alla riedizione del libro per Einaudi del 2009 (la prima edizione era stata pubblicata da Rosenberg & Sellier nel 1985). Uscire dall’ideologia attraverso la storia. In questo c’è tutto l’atteggiamento di uno scienziato sociale, ma anche di un intellettuale che è stato militante e dirigente politico e che non fa lo storico di mestiere. Come spiega in un altro passo dell’introduzione, infatti, la sua non è una opzione asettica di un oggetto di studio, ma una scelta di campo.

Il campo prescelto ha due perimetri: un arco cronologico (racchiuso nella seconda metà dell’Ottocento, tra Comune di Parigi e crisi di fine secolo, comunque nei decenni antecedenti alla Grande Guerra e a tutto quanto ne seguì, come richiama nel finale del primo e dell’ultimo saggio) e un dilemma teorico: è esistito un momento in cui il socialismo è sembrato ai protagonisti delle lotte sociali una meta vicina, già praticabile? E, se è esistito, come è stato sconfitto e, soprattutto, perché è stato rimosso dalla memoria del movimento operaio?

Perché è questa, in sostanza egli ritiene, la ragione per cui la prospettiva socialista è scomparsa dall’orizzonte delle masse popolari in Europa.

I tre saggi che compongono il libro sono rispettivamente del 1992, 1995 e 2008. I primi due sono decisamente storici e direttamente ispirati, nelle linee di fondo, dalla Gerusalemme rimandata, il terzo (pubblicato nel quadro delle iniziative della rivista “Una città”) ha già un obiettivo più legato al presente, e costituisce, in un certo senso, la premessa della raccolta stessa. L’oggetto del primo è un quadro complessivo del sindacalismo europeo delle origini: l’ascesa e la sconfitta, in Inghilterra, Francia e Italia, di un sindacalismo (diverso dal modello tedesco) con alcune caratteristiche comuni riconducibili a quella mouvance che Pino chiama, ricollegandosi a Paolo Farneti, di “politicizzazione del e dal sociale”, mobilitazione e pratiche che si sprigionano direttamente dentro il sociale: un sindacalismo certamente politico, ma distinto dall’organizzazione del partito politico socialista, che nasce invece come depositario di una ideologia da diffondere tra le masse. Socializzare senza statizzare, conquistare sicurezza sviluppando libertà, sono parte di questa mouvance, ma, anche, critica alla democrazia, antistatalismo, localismo. Sarà sostanzialmente la guerra novecentesca a chiudere questa esperienza, introducendo i temi della nazione, della violenza e dell’organizzazione militare applicata alla produzione.

Due riflessioni vengono alla mente, a conferma e chiarificazione di questo passaggio cruciale: la prima è il richiamo, nell’arco di tempo considerato, a un aspetto nuovo e dirompente di quella fase storica, cioè la forte internazionalizzazione del lavoro (mercato, organizzazione) che si accompagna a quella parallela del capitale (non a caso gli storici hanno parlato di una vera e propria “prima mondializzazione” rispetto alla seconda di fine Novecento).

Questa internazionalizzazione è segnata, nella storia del movimento operaio, dalla nascita stessa, nel 1889, della grande organizzazione a cui aderirono tutti i partiti nazionali socialisti e laburisti europei sotto la guida del partito socialdemocratico tedesco: la cosiddetta Seconda Internazionale, per distinguerla dalla Prima, fondata nel 1864 e caratterizzata dalla battaglia vincente di Marx contro Mazzini, Proudhon e Bakunin. È sullo sfondo o dentro questa “organizzazione” (ancora oggi ben nota grazie al fondamentale studio sul partito politico di Roberto Michels, autore attentamente studiato dallo stesso Ferraris) che si svolge il decisivo dibattito tra sindacato e partito, segnato dai contrasti teorici su democrazia e capitalismo, spontaneità e organizzazione: così come è anche contro questa organizzazione (praticamente morta nell’agosto del 1914 allo scoppio della guerra) che nascerà, dopo la fine della prima guerra mondiale, la costola bolscevica e la Terza Internazionale. Il primo e massimo storico della Seconda Internazionale è stato Georges Haupt, che a questo studio ha dedicato la vita e che continuava, in anni di ortodossie contrapposte dalla guerra fredda, a difenderne la struttura tutto sommato aperta sul terreno ideologico, proprio perché egli stesso era stato una vittima della Terza (in fuga dalla Romania, approdò in Francia nel 1958: a lui è dedicato il fascicolo in uscita, 1/2012, dei “Cahiers Jaurès” ).

La seconda riflessione – sempre a conferma di quanto scrive Ferraris – si riallaccia allo studio di C.S. Maier, La rifondazione dell’Europa borghese. Nella sua analisi comparata del 1975 su Francia, Italia e Germania, Maier individuava proprio nella sconfitta delle rivendicazioni dei grandi scioperi del primo dopoguerra, di carattere ancora “ottocentesco”, imperniate cioè sul controllo operaio delle fabbriche (significative le parole d’ordine come: “la mine aux mineurs”, “les chemins de fer aux cheminots”…), la chiave di volta per comprendere il successo negli anni venti della rifondazione corporatista del nuovo capitalismo fordista in tutti i paesi europei, e non solo in quelli fascisti. Dal quadro di Maier è volutamente escluso il caso inglese, che conosce una storia diversa: un eccezionale lungo decennio di conflittualità sociale e di spinta operaia libertaria (1910-1920) che apre al “socialismo dei consigli”. In quegli stessi anni, nel 1973, ricorda Ferraris nella introduzione alla Gerusalemme rimandata, Foa, che ha già in mente la ricerca sugli operai inglesi, apre il suo saggio per la Storia d’Italia (Einaudi) – Cento anni di sindacato in Italia – prendendo le mosse dagli scioperi del Biellese, investito dalla meccanizzazione del lavoro tessile. Negli scioperi del 1878 (che sono all’origine della relazione della “Commissione parlamentare di inchiesta sugli scioperi” voluta da Crispi), scrive Ferraris, “la lotta economica assume un potenziale politico dal momento in cui gli operai professionali minacciati nel loro mestiere si fanno protagonisti dell’unità con i nuovi lavoratori poco qualificati e con le donne per un comune controllo sulla prestazione del lavoro”. È la stessa ipotesi di ricerca che guida Foa nella Gerusalemme rimandata: la risposta alla taylorizzazione del lavoro, nell’Inghilterra “officina del mondo”, avviene attraverso un processo in cui la difesa corporativa del controllo del proprio mestiere da parte degli operai specializzati si ribalta in proposta unitaria offensiva di controllo operaio sulla produzione. Ma quella esperienza sarà riassorbita dal laburismo amministrativo e statalista. Si trattava dunque di una Gerusalemme rimandata o sconfitta? Questo fu il rovello di Foa, che scrive di classe operaia inglese pensando a quella italiana – e si direbbe anche di Ferraris, che scrive di ieri pensando al domani.

Il secondo dei tre saggi che compongono il libro è dedicato a Osvaldo Gnocchi-Viani, protagonista e teorico appunto di quel tipo di organizzazione che Maier vede definitivamente superata dopo le trasformazioni economico-sociali imposte dalla prima guerra mondiale, ma che già Giuliano Procacci (in un saggio per la “Rivista storica del socialismo” del 1962) considerava profondamente trasformata a seguito dello sciopero generale del 1904: l’organizzazione basata sulle Camere del Lavoro, caratterizzata dalla compresenza di segmenti diversi della classe lavoratrice, dagli artigiani agli operai ai contadini. Qui, incurante delle sconfitte della storia, e mosso da intenti non storiografici, ma ideali e politici, Pino si va a leggere i numerosi saggi di Gnocchi-Viani, anziché studiare, come è stato fatto anche in maniera meritoria da parte degli storici (Franco Della Peruta, Gastone Manacorda, Stefano Merli, Maria Grazia Meriggi), le reti organizzative. E con questo recupera davvero una memoria teorica perduta. Perché nella versione degli storici, quella lotta (guidata sostanzialmente dai tipografi, come Gnocchi-Viani o Bignami, e da un grande giornale, “La Plebe”) è destinata alla sconfitta in base a una logica della storia che la linea organizzativa ispirata a Marx sa meglio interpretare, soprattutto dopo la crisi sanguinosa di fine Ottocento e l’avvio dell’era giolittiana imperniata sui partiti e i collegi elettorali.

A Ferraris, invece, Gnocchi-Viani appare come l’interprete di un “modello italiano” particolare, basato sulla compresenza, nei movimenti sociali italiani, di lavoratori dell’industria e dell’agricoltura: un fatto che stupiva già Engels nella corrispondenza con Labriola, e più tardi Kautsky, perché in nessun paese d’Europa, eccetto che in Italia, troviamo i contadini sulla sinistra dello spettro elettorale (eccezionalità confermata dal grande affresco comparato di Stein Rokkan, Cittadini, elezioni, partiti). Ora su questo protagonista dimenticato Ferraris scrive delle pagine bellissime, dedicate soprattutto al suo rapporto con i compagni di lotta, alla sua capacità di ascoltare e di accogliere le idee proprie degli operai. Seguiamo il filo dell’analisi dell’opera di Gnocchi-Viani attraverso i titoli dei paragrafi del saggio, che così si susseguono: Un intellettuale anomalo (anomalo, si osserva, per lo spazio offerto alla emancipazione delle donne e alla condizione dei fanciulli); La terza via: partire dal basso, sulla crisi della Prima Internazionale a seguito della lotta tra sette e scuole, a cui Gnocchi-Viani contrappone un sindacalismo apartitico di base; Partito politico e partito sociale: qui Ferraris rilegge attraverso le opere di Gnocchi-Viani la nascita e l’affermarsi del Partito operaio italiano (Poi), il cui scopo era “organizzare arte per arte le falangi del proletariato”: un partito “apolitico”?

Sì, ma nel senso che: “Nella bancarotta dei vecchi ‘partiti politici’ solo i nuovi ‘partiti sociali’ possono ridare idealità, speranza, progresso all’Italia” (p. 96). Altro paragrafo è dedicato a Le Camere del lavoro, cioè al dibattito su Borse o Camere e alla convinzione di Gnocchi-Viani che nelle Camere, su cui egli scommette, fosse confluita l’esperienza del Partito operaio: per lui, infatti, la Camera del Lavoro rappresentava, ben più del partito, lo strumento “per patrocinare gli interessi dei lavoratori in tutte le contingenze della vita” (p. 114). L’ultima parte del saggio è dedicata all’affermarsi del Partito socialista in Italia che, secondo Gnocchi-Viani (Appunti su socialismo germanico del 1892, lo stesso anno della fondazione del Psi), avviene in maniera troppo “precoce” rispetto allo sviluppo del proletariato moderno e del suo associazionismo economico, con il rischio di importare nel contesto italiano l’inadeguato modello tedesco, a cui rimprovera un eccesso di economicismo, di socialismo fatalista; una modalità di costruzione dall’alto verso il basso (anziché il contrario, come nel Poi).

Il terzo e ultimo breve saggio è quello più orientato a esaminare il ritorno dei movimenti sociali sulla scena globale odierna (con le loro domande di cooperazione politica, a partire dal sociale, mentre i partiti politici sembrano giunti al termine di una parabola) e a cercare nel passato (in questo caso l’esperienza di una sorta di welfare non statalista, ma di tipo cooperativo e mutualistico del Belgio di fine Ottocento) suggerimenti per una nuova politica.

Con riferimento soprattutto a quest’ultima parte del libro, propongo anche qui qualche accostamento tra la riflessione di Ferraris e la storiografia del ventennio passato: il primo e più logico è quello con la storia delle donne in Italia, che, grazie soprattutto a Annarita Buttafuoco e alla rivista “DWF”, ha fortemente rivalutato sia la figura di Anna Maria Mozzoni (la cui “Lega promotrice degli interessi femminili” fu sostenuta con convinzione da Gnocchi-Viani) che la Società Umanitaria, che ancora Gnocchi-Viani contribuisce a fondare e a dirigere tra gli anni novanta dell’Ottocento e il 1908. Quei decenni sono stati fonte di grande interesse non solo per la storia delle donne, ma anche per la storia urbana e municipale e più in generale per la storia della modernizzazione statistica e giuridico-amministrativa dell’Italia giolittiana: pensiamo al ruolo di amministratori-politici in sede locale come G. Montemartini. A. Schiavi, E. Nathan, all’intensità degli scambi tra economisti e sindacalisti riformatori al di qua e al di là dell’Oceano Atlantico (si vedano gli stretti rapporti dell’Ufficio del lavoro con l’American Federation of Labor). Ma ciò che caratterizza soprattutto quel decennio iniziale del secolo, in cui si coagulano formazioni politiche diverse in una sorta di prospettiva ottimista di crescita, è la cultura delle riforme e l’emergere di una scienza sociale a scopo di riforma, la commistione tra analisi sociale, tra sociologia, diremmo oggi, e militanza progressista (su questo, rinvio a una raccolta di brevi e significativi interventi di giovani studiosi, da me curata in un clima totalmente diverso da quello odierno, nel 1993: Per una storia comparata del municipalismo e delle scienze sociali, Clueb).

Eccoci ricondotti alla figura dell’autore di questo libro, a Pino Ferraris e al titolo del suo libro, Ieri e domani. Perché infatti Pino sa cogliere l’attualità del socialismo di ieri? La risposta è semplice: per la sua grande passione politica e la sua curiosità nei confronti della conoscenza di ciò che di nuovo si muove nella società. Pino Ferraris è originario di Biella, di quelle valli in cui nasce nell’Ottocento la prima industrializzazione e insieme il primo socialismo: qui Terra e telai (titolo di un classico studio di microstoria di Franco Ramella) si mescolano, si sostengono a vicenda, sullo sfondo di una tradizione di associazioni e fratellanza, quella stessa che lui scopre nel tipografo Gnocchi-Viani. Quanto conti in Ferraris il suo essersi formato in quel contesto è rivelato da un episodio da lui narrato di recente per un volume in ricordo di Lelio Basso (curato dal figlio Piero), in corso di pubblicazione.

Nel 1962 Ferraris, chiamato quattro anni prima, a soli 24 anni, a dirigere la federazione di Biella del Partito socialista, invita – in occasione dei 70 anni del Psi e di una straordinaria mostra organizzata sul secolo di esperienze operaie e socialiste del circondario di Biella – Lelio Basso: il dirigente socialista, venuto per un giorno, si ferma due giorni, colpito dalla ricchezza della documentazione e dall’entusiasmo dei giovani: orgoglio di scoprire una passato classista e socialista mentre l’effervescenza sociale riappare, commenta Ferraris. “Scavate nel passato e scrutate nel futuro”, è il messaggio lasciato da Basso in quella circostanza. E in effetti, Ferraris studia le lotte di classe nel biellese: poi su questo stesso terreno incontra, come si è visto, Vittorio Foa, il quale, negli anni settanta, partendo dal biellese scopre l’autonomia e il potenziale politico della lotta operaia (contro lo schema secondo internazionalista della lotta operaia come corporativa) insieme alla proposta unitaria di controllo operaio del movimento inglese: entrambi mossi dalla comune speranza di riuscire a proporre – scavando nel passato – nuove forme associative all’altezza degli anni settanta-ottanta. È con questa commistione che vorrei chiudere: chiedendomi cioè se ancora oggi le scienze sociali nutrite di storia non possano fare da battistrada – come mostra il caso di questo libro o dell’altro recente di Carlo Donolo, Italia sperduta – verso una cultura diffusa delle riforme della politica.

LO STRANIERO, N.140 – Febbraio 2012

Ascolta il discorso conclusivo di Pino Ferraris alla Festa della Parola alla Snia di Roma sabato 1 ottobre 2011

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