Mutualismo e Confederalità sociale. Pino Ferraris ha avuto ragione

di  Francesco Piobbichi (29 1 2015)

 

Dopo il successo di Syriza in molti hanno riaperto la discussione sulle forme del mutualismo. C’è stata prima l’intervista di Rodotà, ed oggi anche  Landini  rilancia il tema della sinistra sociale sulla stessa linea di Rodotà. Dopo la risposta che ho scritto insieme  ad Andrea Viani, ritengo utile ritornare sulla questione riprendendo le riflessioni che Pino Ferraris ha sviluppato in questa direzione visto che molti degli argomenti trattati investono il suo lavoro. Lo ritengo utile perchè l’intervista di Landini, a differenza di quella di Rodotà ha almeno il merito di riconoscere che il problema a sinistra non riguarda semplicemente i partiti ma anche la forma del sindacato. Ci ritorno innanzitutto per una sorta di dovere morale che ho nei confronti di Pino Ferraris, perchè penso che non sia giusto lasciare le sue riflessioni nel cassetto  quando oggi diventano centrali nel dibattito che si è aperto a sinistra sulla questione delle coalizioni sociali e del mutualismo.  Prima di lasciarci Pino ha condensato la sua ricerca storiografica  in un bel saggio uscito per le edizioni dell’asino, il cui titolo Ieri e domani  riassume bene il senso della sua riflessione.  Una delle ultime volte che ci siamo visti con Pino discutemmo di Nardò, della durezza dello sfruttamento che subivano i braccianti e dell’incapacità dei sindacati nel misurarsi nella dimensione sociale che aprivano queste nuove forme di conflitto che nascevano dal basso.
Fu in quella occasione che mi iniziò a parlare del sindacato ad insediamento multiplo. Un modello organizzativo nato per tutelare i dispersi ed i senza potere che si era sviluppato nel sindacalismo belga sul finire dell’800 dove il reciproco aiuto per servizi di tipo mutualistico divenne un momento di costruzione della solidarietà e della coesione necessaria per esprimere la forza della rivendicazione sindacale.
  La sua riflessione, il suo portarci indietro nella storia non  impediva a Pino di ragionare nel presente ( la sua critica ai partiti senza società era netta) e del domani, con il suo lavoro infatti ci ha dato un  modello per discutere insieme. Pino ha avuto ragione nell’averci fornito questa pista, perchè ” la lontana esperienza belga – che ci ha fatto scoprire – ci invita ad una riflessione che riguarda soprattutto l’applicazione politica del principio federativo per il domani. Un federalismo funzionale  che secondo me è dato da un processo di convergenza in autonomia e collaborazione tra sindacalismo e mutualismo, dalla cooperazione tra associazioni e circoli di partito, che s’innestano l’un l’altro  per essere utili all’emancipazione ed alla resistenza delle classi popolari colpite dalla crisi. 

Ps. Ripropongo un articolo di Pino, che scrisse nel  2008 e che riprendeva il tema delle autonomie confederate in un seminario sulla Sinistra tenutosi a Firenze. Questo scritto  per me rimane una traccia di lavoro formidabile, non tanto perchè ci fornisce una soluzione ma perchè ci fornisce un metodo di lavoro di cui tutti dovrebbero tenere conto. Per chi invece vuole approfondire dal punto di vista storiografico il lavoro di Pino può leggere il suo saggio sulla confederalità sociale orizzontale del Partito operaio Belga
 
Per “uscire dalla politica” 2. Se la politica è asociale, di Pino Ferraris (Il manifesto, 5/7/2008)

Contro l’autonomia della politica, confederare la società e le sue pratiche. Un contributo al seminario di Firenze.

La fonte primaria della mia riflessione sulla forma-partito non sono stati i libri ma i ventun’anni della mia esistenza trascorsi come politico di professione. E’ soprattutto nell’infuocato laboratorio torinese del biennio 68-69 che ho visto esprimersi in fenomeni di massa (studenti, operai, quartieri) quella politicizzazione dal sociale che nella contestazione delle subalternità balzava direttamente nella dimensione della politica autogestita, scavalcando mediazioni di partito e di sindacato: nel primo consiglio di fabbrica di Mirafiori, agli inizi del settembre ’69 su sessanta delegati veri vi erano due iscritti al Pci, quattro al Psiup e una quindicina con tessera sindacale, i «gruppi» erano fuori perché contro la delega. E’ in quegli anni che abbiamo visto e vissuto la statalizzazione della grande onda del fermento politico. In quegli anni si è potuta percepire l’assoluta impossibilità di contenere l’articolazione e la vastità dei movimenti politici di massa. E non bastava un sindacato riformato e nemmeno un partito più di sinistra o rivoluzionario: già allora, come oggi in condizioni ben diverse, era all’ordine del giorno una ridefinizione della politica, l’invenzione di nuovi istituti di democrazia.
Solo dopo vennero i confronti con Pizzorno, Farneti e Melucci a rischiarare quel doppio volto della politica che ritengo un sorta di a priori per chi vuole aprire possibilità alternative nel presente, e voglia comprendere le dinamiche di mutamento delle forme politiche. Furono animate dal doppio movimento della politica le transizioni dal partito di notabili al partito di massa, da questo al partito pigliatutto di Kirckheimer, per giungere poi all’attuale partito delle cariche pubbliche. (…)
Mettere in luce il volto sociale della politica è tanto più vitale e urgente in quanto, in tutta Europa, si sta realizzando quella che Katz chiama il salto da uno Stato di partiti a un sistema cartellizzato di partiti di stato. Ilvo Diamanti riprende l’analisi del politologo americano, parla di «partiti senza società». Quei filosofi della politica che per decenni hanno rivendicato l’autonomia del politico devono solo prendere atto che il loro auspicio si è compiutamente avverato. Naturalmente in stretta coincidenza con la scomparsa della sinistra. Infatti la sinistra o è sociale o non è. (…)
Per queste ragioni è sempre più importante l’analisi di ciò che avviene fuori, all’esterno del sistema politico. Nel 1998 Caillé e Laville scrivendo di associazionismo lamentavano i limiti di una divaricazione tra quelle che chiamavano le «associazioni spettacolari» che mobilitano episodicamente l’opinione pubblica su temi scottanti come il razzismo e la pace, e le «associazioni molecolari» che sono silenziosamente applicate nelle buone pratiche quotidiane di impegno civico e solidale.
Un anno dopo, nel novembre del 1999, c’era la svolta di Seattle.
La novità più significativa del «movimento dei movimenti» consiste, a mio parere, nel superare questa dicotomia. La mobilitazione collettiva sorge soprattutto dall’iniziativa di una miriade di raggruppamenti di impegno sociale differenziato ( 350 a Seattle, settecento a Genova, quattromila e novecento a Porto Alegre…). I movimenti di convergenza nella mobilitazione pubblica insieme alla protesta esprimono crescenti contenuti di proposta. I picchi alti del movimento fanno poi rifluire impulsi di azione, risorse etiche e cognitive che vanno a irrigare il reticolo dell’impegno molecolare della politica diffusa e particolare.
L’insorgenza dei movimenti dei primi anni del nuovo secolo mette in luce definitivamente i limiti dell’interpretazione dei movimenti sociali come meri «cicli di protesta». (…)
A partire dal 1968 i movimenti più che una addizione separata di «cicli di protesta» si rivelano come un processo storico a spirale che manifesta le metamorfosi di una società che lavora su stessa. Esso rappresenta esattamente l’altro volto di quella contemporanea e parallela tendenza alla emancipazione dei sistemi politici dalla società.
Solo mettendo in stretta relazione queste due evoluzioni si può comprendere il fondamento reale dell’emergere della domanda allargata di un’altra forma della società politica.
Se si considera la configurazione che assumono le forme della politica diffusa e parziale, le loro culture che rivendicano la differenza come valore, le tensioni che esprimono tra il globale e il locale la più adeguata logica di raggruppamento mi pare che sia quella basata sul principio delle autonomie confederate. Dai lamenti sulla frammentazione e sui localismi, a mio avviso, si dovrebbe incominciare a operare verso il progetto di una confederazione politica dell’iniziativa sociale. (…)
La confederazione è il risultato di un patto tra diversi retto da reciprocità ed equivalenza. Con il patto si definiscono sia gli ambiti e i contenuti che accomunano sia gli spazi propri e autonomi delle «persone parziali» che convergono. Il patto rimanda quindi a un equilibrio tra autorità e libertà che può solo essere realizzato attraverso il diritto, non il diritto statuale, ma il diritto sociale, quello delle associazione che si danno i propri statuti. Il significato letterale di autonomia è dare norma a se stessi. E’ vero, la produzione sociale degli statuti e l’effettività della legislazione data a se stessi è in un fenomeno caratteristico dell’associazionismo ottocentesco che è poi decaduto nelle organizzazioni novecentesche. Oggi gli statuti sono poco più di un ornamento che copre la realtà di un imperio dei poteri di fatto espressi dalla divisione tecnica del lavoro politico. Poteri di fatto sono poteri selvaggi da cui traggono origine gli spettacoli di fraterno cannibalismo che esibisce la vita delle organizzazioni politiche.
Io non so se una confederazione politica dell’iniziativa sociale possa osare una propria proiezione nella rappresentanza istituzionale, oppure se debba limitarsi ad agire come gruppo di pressione democratica per rafforzare gli spazi, le risorse del «fare società».
Comunque urge l’iniziativa. Nella scomparsa della sinistra istituzionale, nei vuoti che lasciano i «partiti senza società» agiscono pulsioni regressive, si alimenta una società incivile che prende volto politico e occupa potere.

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