Pino Ferraris: Nuovo mutualismo e spazi di autogestione

[tratto da Inchiesta on line]

Nella notte del 2 febbraio Pino Ferraris è morto. Pino è stato tra gli amici più cari miei e di Adele e a lui mi legano moltissimi ricordi: dai numerosi corsi di formazione sindacale per i metalmeccanici agli incontri con Vittorio Foa a Roma e a Formia.

È  stato un protagonista del dibattito politico nella sinistra e un autorevole sociologo e storico del movimento operaio. Politicamente inizia nel 1958 come segretario della Federazione del Psi di Biella in cui porta avanti un percorso di sinistra socialista attraverso l’esperienza di un lavoro politico nelle fabbriche tessili che arriva alla costruzione della rete dei giornali di fabbrica “Potere operaio”. Questa esperienza politica lo porta a collaborare con Quaderni Rossi di Raniero Panzieri e a essere eletto segretario della Federazione torinese del Psiup nel 1967: la  prima fase di lavoro politico alla Fiat è documentata dal libro Per un lavoro politico di massa, (Musolini, 1969).

Pino Ferraris ricorda in un suo intervento sulle lotte Fiat nel 1969 (intervento fatto a Torino nel novembre del 2009) un’assemblea di delegati di reparto da lui presieduta avente come ospite Vittorio Foa. Questa assemblea  finì male in quanto l’ipotesi prospettata da Foa di un sindacato dei consigli venne rifiutata da tutti i presenti ma il collegamento stretto   con  Vittorio Foa resterà stabile e lo porterà ad essere tra i promotori della costruzione del Pdup.

Negli anni ’70 Ferraris si impegna nelle iniziative di formazione e di ricerca della FLM ed è in queste iniziative che le nostre strade si incontrano come mostrano i suoi articoli pubblicati sulla rivista Inchiesta. Dal 1977 al 1999 Ferraris insegna sociologia presso l’Università di Camerino e i suoi percorsi di ricerca lo portano a scrivere Saggio su Roberto Michels (Jovene 1993) in cui coglie un punto importante: il passaggio dal  principio solidaristico «ciascuno per tutti, e tutti per ciascuno» al  nuovo principio di organizzazione: «i molti per i pochi, e quei pochi per se stessi». Come scrive Ferraris: “l’eclissi della solidarietà spontanea e volontaria nella visione e nell’apparato concettuale del Michels coincide con il passaggio dalla società civile alla società politica, passaggio segnato però dalla caratteristica di un irreversibile percorso di andata senza ritorno”.

Il percorso di riflessione storica sul movimento operaio portano Pino Ferraris a scrivere La contraddizione meridionale (Rosenberg & Seller, 1978), Domande di oggi al sindacalismo europeo dell’altro ieri. Quattro lezioni all’Università di Campinas (Ediesse 1992) fino al recente volume Ieri e domani. Storia critica del movimento operaio e socialista ed emancipazione del presente (Edizioni dell’Asino, 2011). A questi libri si aggiungono molti saggi scritti come introduzioni, molto importante è la sua introduzione alla ristampa di Vittorio Foa, La Gerusalemme rimandata (Einaudi 2009), o su riviste come  Alternative per il socialismo, Parole chiave, Lo straniero, Inchiesta. Su Lo straniero nel primo numero di quest’anno 2012 c’è una recensione dell’ultimo suo libro scritta da Mariuccia Salvati: “Pino Ferraris e l’eredità socialista ”. L’ultimo suo articolo pubblicato su Inchiesta è stato “I suicidi sul posto di lavoro in Francia” (Inchiesta, gennaio-marzo 2010).

Per ricordarlo pubblichiamo la sua conclusione tenuta il 29 ottobre 2010 al convegno Mutuo soccorso e welfare promosso  dalla Società di Mutuo Soccorso d’Ambo i Sessi  (Soms) «Edmondo De Amicis di Torino». Il testo è stato ripreso da www.sindacalmente.org

L’ultimo intervento del rappresentante della Società Operaia di Orbassano ha portato un importante contributo di chiarezza nel dibattito in corso. «Evitiamo – egli ha affermato – di identificare le Società di Mutuo Soccorso con le “mutue”».

In questo caso, di fronte alla realizzazione della riforma sanitaria come diritto dei cittadini alla salute, il loro compito sarebbe residuale, modestamente integrativo o pericolosamente sostitutivo di diritti fondamentali.

Nel corso della prima sessione del convegno intitolata “Che cosa ci insegna la storia della mutualità”,  Marco Revelli ha parlato di  questa esperienza  come di una grande scuola di auto-organizzazione e come anello di congiunzione tra la cultura dei mestieri e i problemi degli ambiti di vita e infine come  uno  storico movimento di  costruzione  di nuove relazioni sociali basate sul principio di solidarietà.  Occorre non perdere mai il senso di questa profonda ed  ampia ispirazione delle società di mutuo soccorso.

Nella seconda sessione del convegno dedicata a  “Crisi del Welfare ed economia civile”  è stata sollevata una domanda molto pertinente: perché oggi c’è una ripresa del mutualismo? Quarant’anni fa si parlava di altre cose. Questo ritorno rappresenta soltanto un tentativo di risposta alla crisi del welfare oppure ha una valenza politica?

Revelli ha affermato che il movimento operaio del ’900 ha vissuto di rendita sulla grande ondata istituente di nuove forme associative suscitate nella seconda metà dell’800: il mutuo soccorso, le leghe di resistenza, la cooperazione, le case del popolo, il partito di massa.

Il ’900 non ha solo ereditato la rendita di queste risorse associative, ma a partire dalla tragica esperienza della Prima guerra mondiale esso ha anche operato una torsione burocratica, politicista e statalista del patrimonio del movimento operaio ottocentesco.

Qui sta la ragione principale del mancato riconoscimento storiografico del mutualismo: con esso si è rimossa la sua ispirazione autogestionaria, il suo radicalismo democratico, la sua affermazione delle autonomie del sociale.

Il ritorno del mutualismo significa anche e soprattutto ricerca di nuove vie della politica dopo la crisi di socialismi autoritari,  di sistemi politici oligarchici e autoreferenziali, dopo le deviazioni del welfare verso forme di paternalismo statale selettivo e clientelare.

Dentro lo sviluppo del volontariato, di movimenti di cittadinanza attiva,  di buone pratiche di cittadinanza negli anni ’80 e nei primi anni ’90, si aprivano  possibilità di sussidiarietà circolare (Cotturri) tra istituzioni e associazioni in grado di   far emergere una sfera pubblica sociale (che non è il cosiddetto privato-sociale). La stagione dei “nuovi sindaci” prometteva l’articolazione di un welfare locale. Tutto ciò sembrava rompere la rigidità, la selettività, la freddezza burocratica dell’offerta di welfare  e aprire varchi all’intervento attivo, competente e propositivo della domanda sociale, rendendo visibili ed esigibili diritti negati o elusi dei cittadini.

È possibile rompere il nesso assistenza-dipendenza?  È possibile che i “destinatari” dell’offerta di welfare diventino anche  attori proponenti di una domanda sociale nuova e appropriata? È possibile  che l’”oggetto” delle pratiche di tutela politica e amministrativa possa entrare sulla scena pubblica come “soggetto”?

È in questa ottica che per anni con altri amici e compagni abbiamo lavorato non per tamponare una “crisi” del welfare ma per realizzare  un  nesso tra “riforma” ed “estensione” del welfare e i valori di autonomia sociale, le pratiche di partecipazione e di solidarietà di un neo-mutualismo.

Oggi sono più prudente nel privilegiare questo rapporto neo-mutualismo e welfare. Non solo perché questo  riferimento al welfare mi pare riduttivo, ma anche perché su questo terreno le strade si sono fatte oggi più strette e i percorsi quasi impraticabili.

Come si colloca il neo-mutualismo dentro quell’insieme di  pratiche sociali che vengono sommariamente riassunte nella definizione del “terzo settore”?

Recentemente a Roma si è tenuto un convegno dal titolo significativo: Terzo settore, fine di un ciclo. La relazione era di don Vinicio Albanesi, fondatore della Comunità di Capo d’Arco, altre relazioni erano di Giovanni Nervo, di Giuseppe De Rita , di Carniti. Concludeva Giulio Marcon.

De Rita in poche parole ha fissato la situazione: “Oggi il volontariato è in qualche modo uno spazio per anziani generosi, mentre la dimensione più giovanile e anche quella più settorializzata va verso un’altra direzione che approda alla cooperazione di servizi, alle imprese sociali, che sono  una cosa molto diversa dal volontariato.”

Una riforma del Welfare richiede non solo la capacità di dare rilevanza sociale e politica al lato attivo, competente e propositivo della domanda sociale, come avvenne con il volontariato degli anni ’80 e primi anni ’90, ma esige in  primo luogo un forte impegno politico generale nel rendere giusta la solidarietà fiscale, nel rendere equa la  solidarietà  assicurativa. Solo così la solidarietà quotidiana può evitare il pericolo di decadere in una supplenza di diritti negati .

Oggi vediamo invece che i cardini del welfare, scuola, sanità e previdenza, sono presi a picconate. Hanno spazio crescente le ibride macchine organizzative, che sono un misto di  degradato  parastato e  di cattiva imprenditorialità, cui viene affidata l’esternalizzazione dei servizi sociali.

Cooperative e imprese sociali, fondazioni bancarie, iniziative caritatevoli e filantropiche accompagnano il progressivo smantellamento del sistema pubblico di garanzie e di protezione sociali.

Il cosiddetto terzo settore non ha più niente a che fare con il volontariato e con la cittadinanza attiva. L’attuale  “Forum del terzo settore” rappresenta la congiunzione traversale tra la Compagnia delle Opere, la Lega delle Cooperative e le Fondazioni bancarie. Questa è la realtà. Il resto è letteratura.

Quando Vendola nella sanità pugliese internalizza migliaia di soci di pseudo-cooperative degli appalti, non attacca un sistema di solidarietà ma fa semplicemente un’opera minima, indispensabile di moralizzazione e di garanzia di efficacia della sfera pubblica.

Con ciò non dico di  abbandonare la prospettiva  di un welfare locale attivo, di una sussidiarietà circolare che promuova la domanda associata. Ma occorre prendere atto dello stato delle cose, degli errori fatti,  ripensare il futuro e avere ben chiaro che le minoranze attive del volontariato sono nate e vivono per rendere esigibili, effettivi i diritti sociali e non per coprire ideologicamente la regressione dall’universo dei diritti alla supplenza della benevola elargizione  o alla deriva del “mercato sociale”.

Detto questo vorrei riprendere un discorso  più generale e di carattere storico per dire la mia opinione sul vostro dibattito circa reciprocità, fraternità, altruismo e dono.

Sul piano storico vorrei marcare con forza la valenza del mutualismo nel determinare quella rottura  nella storia sociale europea  determinata dalla contemporaneità  genetica dell’insorgeredell’idea di solidarietà e la nascita del moderno movimento operaio e socialista. Una data simbolica: il 1848 parigino, quando i giornali operai modificano la triade libertà, uguaglianza e fraternità sostituendo quest’ultima con la parola solidarietà.

Nell’Enciclopedia di Diderot  il termine “solidarietà” è illustrato in sette righe che riprendono il concetto di “obbligatio in solidum” del diritto romano. Essa   è definita come “la qualità di una obbligazione nella quale più debitori si impegnano a pagare una somma che essi prendono in prestito o che debbono”.

Parecchie pagine nella Enciclopedia sono invece dedicate alla parola “fraternità” con una ricostruzione storica che conduce questo termine a due tradizioni: quella dell’unità di sangue tra i “fratelli d’armi” e quella della fratellanza cristiana che unisce attorno al Padre divino.

Di fronte all’insorgere della questione sociale queste due tradizioni evolvono verso la sollecitazione morale all’oblazione dall’alto verso il basso in nome di una comune appartenenza: fratelli in quanto figli della patria, fratelli in quanto figli di Dio. Diventa la parola della carità cristiana e della filantropia massonica.

L’affermazione della “solidarietà” operaia avviene nel 1848 parigino in polemica con la “fraternità”: essa rivendica il valore pratico e ideale del “far da sé solidale” che si contrappone in quanto   agire cooperativo al self help individualistico e  si oppone, in quanto  capacità del far da sé, all’oblazione filantropica e caritatevole.

La solidarietà tra i lavoratori esprime un loro interesse perché è fondamentale eliminare  la concorrenza   e impegnarsi  in un’azione  cooperativa che sola può  permettere  di superare l’asimmetria di potere che essi come singoli vivono e subiscono nel lavoro e nella società.

È un interesse che però esprime un insieme di valori, un sentimento morale radicato in un vissuto comune e  si manifesta in proprie regole di comportamento e forme associative. Il concetto e l’esperienza  della solidarietà stanno alla base delle molteplici forme dell’associazionismo operaio delle seconda metà dell’800: dal mutuo soccorso alle leghe di resistenza, dal movimento cooperativo alle Case del Popolo.

Il termine di solidarietà richiama la cooperazione tra uguali nonostante la diversità: è un modo di confederare l’eterogeneo.

La prevalenza nel corso del ’900 di una concezione monolitica della classe operaia fa declinare l’uso di questo termine nella Seconda e Terza internazionale.

Non solo non c’è conflittualità tra “diritti sociali” e mutualismo, ma vi è complementarietà.  L’apporto  del mutuo soccorso, nella fase aurorale dell’ascesa dei diritti sociali, è indubbio.

All’interno della cerchia dell’associazione il vincolo di reciprocità (uno per tutti, tutti per uno) faceva sì  che il singolo lavoratore, di fronte alle sventure dell’esistenza, per la prima volta cessasse di rovinare nella condizione del bisognoso che implorava benevolenza verso l’alto, diventando invece un soggetto  portatore del diritto  al sostegno solidale da parte dell’associazione.

Revelli ha accennato al rapporto tra associazione di mestiere e  mutuo soccorso.

Credo che la relazione tra mutualità e resistenza meriti un cenno ulteriore sia per comprendere l’evoluzione delle forme della solidarietà sia perché, a mio avviso, oggi si ripropongono rapporti nuovi tra sindacalismo e mutualismo.

Il primo associazionismo operaio  si sviluppa come forma di autotutela rispetto ai gravissimi disagi e alle minacce che  l’industrialismo faceva incombere sulle condizioni di vita dei lavoratori ( il “flagello dei quattro diavoli”: disoccupazione, malattia, infortunio, vecchiaia).

Il mutuo soccorso viene prima della resistenza e  dentro il mutuo soccorso si alimenta la resistenza, cioè la lotta rivendicativa negli ambiti di lavoro.

Un caso di grande ed esemplare rilevanza  è la rivolta dei tessitori di Lione del 1831. All’origine di quel moto dal sicuro contenuto sindacale (i lavoratori rivendicavano un aumento delle tariffe)  si collocava la presenza e l’attività della Societé du Dévoir Mutuel.

Durante i grandi scioperi biellesi del 1878, che meritarono la prima inchiesta parlamentare, fu la Società Operaia di Mutuo Soccorso dei tessitori di Crocemosso che venne sciolta come responsabile delle lotte.

Insieme a questa relazione stretta si manifesta anche una differenziazione tra la forma di solidarietà mutualistica e la forma di solidarietà sindacale. La solidarietà mutualistica è unasolidarietà perquella sindacale una solidarietà contro. La solidarietà positiva  della mutualità si radicava negli ambiti di vita e tendeva a una sorta di pratica dell’obbiettivo da realizzare nel basso e nel presente, mentre la solidarietà negativa dell’azione sindacale operava nei luoghi di produzione per strappare concessioni dall’alto.

Con la statizzazione della mutualità alla coppia mutualià-resistenza si sostituì la coppia sindacato-partito, due organizzazioni di solidarietà negativa di scontro  con  il padronato e di lotta per la conquista dello Stato. L’associazionismo operaio subisce una torsione per così dire combattentistica, in cui prevalgono momenti di centralizzazione, di disciplina e di gerarchia.

Fabbrica e Stato occupano l’orizzonte del movimento operaio mentre gli ambiti di vita (il non-lavoro) vengono abbandonati all’amministrazione pubblica e alla cura domestica delle donne.

È nel crollo di questo paradigma  che riemerge il mutualismo con le sue pratiche di solidarietà positive, con la sua volontà di costruire nel presente contro il rinvio messianico al futuro, con il suo sforzo di crescita delle  capacità di realizzare in proprio, con il suo rifiuto della passività assistita.

Oggi vedo emergere nuove possibilità di riproposizione di questo antico nesso tra mutuo soccorso e lavoro. Il movimento operaio belga della fine dell’800 aveva elaborato il modello del “sindacato ad insediamento multiplo”: nel luogo di lavoro e nella società, nella rivendicazione e nella mutualità. Ad esempio il sistema Gand di raccolta e di gestione sindacale di un fondo  per la disoccupazione fu un mezzo potente di mutualità che teneva legati i disoccupati al sindacato e permetteva loro di trovare una nuova occupazione decente. Il sistema Gand (riformato) funziona in modo efficace oggi in alcuni paesi scandinavi.

Il lavoro edile da sempre è stato un caso esemplare di precarietà e di dispersione dei lavoratori: la temporaneità del cantiere che nasce e muore, i frequenti intervalli di disoccupazione, la disseminazione spaziale della mano d’opera. Tra gli edili italiani la mutualizzazione della precarietà attraverso la Cassa Edile sin dai primi anni del secolo scorso è stata uno strumento di tutela mutualistica e di rafforzamento del potere rivendicativo.

Nella attuale condizione di lavoro disperso, precario, non garantito, la mutualità può rappresentare un punto di coesione che, a partire dagli ambiti di vita, ricompone socialità e crea solidarietà dentro il lavoro.

Il sociologo americano Sennet, parlando delle esperienze associative delle segretarie di Boston e dei lavoratori della comunicazione in Gran Bretagna,  dice di un “sindacalismo parallelo” ( che richiama il vecchio sindacalismo a insediamento multiplo) che fa  leva su forme di neo-mutualismo al fine di recuperare coesione e forza rivendicativa.

La Free Lancers Union di New York è un’associazione insieme mutualistica e sindacale di artigiani tecnologici che, mentre si assicurano reciprocamente assistenza tecnica e giuridica, difendono la qualità e le tariffe del loro lavoro.

Dall’inchiesta recentissima del vicedirettore de l’Unità Gianola sulla condizione operaia dentro la crisi attuale, apprendiamo che in provincia di Brescia Camera del lavoro e Caritas hanno attivato una società di mutuo soccorso raccogliendo tra gli iscritti della CGIL un fondo per il microcredito  ai lavoratori disoccupati gestito dalla Caritas.

Questi nuovi  rapporti tra lavoro e mutualità, a mio avviso, meritano molta attenzione.

Un’area nella quale i problemi del lavoro e della vita si intrecciano in modo inestricabile è quella dei lavoratori immigrati. Qui troviamo esperienze numerose e significative di neo-mutualismo.

L’esperienza friulana dell’associazione “Vicini di casa” mi sembra esemplare. Questa associazione ha trasformato l’antico patrimonio immobiliare e culturale di una rete di latterie sociali di ispirazione cattolica e socialista in un’ offerta di abitazioni per operai immigrati che lavorano nei cantieri di Monfalcone. Gestisce l’affitto di 1500 piccoli appartamenti.

Anche l’esperienza dell’associazione torinese di donne immigrate Alma Mater mi sembra che si collochi in una  zona intermedia tra mutualità e lavoro.

Nuovi spazi di autogestione di risorse comuni territoriali vengono aperte dalle culture e dalle pratiche ambientaliste.

L’orizzonte si amplia.

Creare esperienze di cittadinanza attiva nelle molte pieghe della società attraverso il far da sé solidaristico della mutualità  significa oggi andare con fatica contro-corrente rispetto ad un sistema e ad una cultura politiche che producono passività e deleghe plebiscitarie.

Oggi è possibile creare un nesso tra la filosofia economica contemporanea dellacapacitazione di Amartya Sen con quello che Osvaldo Gnocchi Viani, padre della Camere del Lavoro, scriveva nello statuto della Società umanitaria di Milano: “Lo scopo dell’istituto è quello di mettere i diseredati in condizione di rilevarsi da se medesimi”.

Creare la condizioni perché le persone siano capaci di sollevarsi e di camminare sulle proprie gambe: questa antica missione del mutuo soccorso resta, ancora oggi,   il cuore della azione per la libertà e per la giustizia sociale.

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